Il ruolo delle Università con riguardo alle vicende che sul piano geopolitico stanno dominando gli scenari odierni, angosciando l’esistenza degli esseri umani, non può essere se non quello di protagonista del dibattito. Questo in un senso e in una direzione, dal mio punto di vista, pregnante, identificabile e, al tempo stesso, ben definita: le Università hanno la responsabilità di elevarsi a luoghi di discussione, a beneficio di tutti – non solo dei membri, studenti e docenti, che vi appartengono formalmente – affinché, in una logica pluralistica, siano (e come tali appaiano all’esterno) reali contributori della formazione delle coscienze e della circolazione delle idee.
Al tempo stesso, in una società – qual è quella contemporanea – in cui la complessità ha raggiunto vette elevate, con disarticolazioni, divari e frammentazioni sempre più incipienti, il compito delle Università è anche quello di favorire l’acquisizione di consapevolezza in ordine alla necessità di promuovere processi di mediazione e di componimento delle plurime posizioni. Il che è ancor più vero quando – come spesso accade – le posizioni in discussione sono in partenza inconciliabili. La Università, dunque, quale luogo in cui si agevola, attraverso una discussione intensa, colta e approfondita, l’adozione di soluzioni per quanto possibile condivise, in un’ottica di pacificazione dell’intera collettività.
Se questo è uno, tra gli altri, dei fondamentali compiti di cui le Università devono darsi carico, è evidente che il dibattito sull’interruzione dei rapporti con le Università israeliane, che in questi giorni sta agitando lo scenario locale e nazionale, può prestare il fianco ad alcune perplessità. Innanzitutto, perché la decisione “interruttiva” – se anche riguardasse soltanto la futura instaurazione di collaborazioni e non i progetti attualmente in atto (i quali diverrebbero oggetto soltanto di un’attività di monitoraggio) – assume i connotati di una precisa scelta “politica”, che comporta, per certi versi, un mutamento di quel ruolo di cui sopra si è detto.
Le Università, d’altro canto, anche nei Paesi i cui vertici politici assumano comportamenti censurabili, rappresentano sovente gli spazi in cui prende corpo lo spirito critico; questo perché la ricerca scientifica che ivi viene precipuamente svolta si alimenta metodologicamente, per sua intima essenza, di pensiero critico. Un pensiero critico che ben si può innervare beneficamente all’esterno, alimentando una riflessione a livello generalizzato e, nei casi più fortunati, forme di resipiscenza. Ragion per cui, l’isolamento dell’Istituzione universitaria straniera rischia di divenire, dal mio punto di vista, una sorta di boomerang rispetto agli obiettivi perseguiti attraverso l’adozione della scelta isolante.
Ovviamente, il discorso da condurre diviene di segno completamente opposto allorquando l’Università straniera avalli ovvero assuma posizioni di sostegno rispetto ad azioni integranti la commissione di illeciti e di crimini da parte del Paese di appartenenza. In tali casi, non potrebbe non venire in considerazione un sano e virtuoso sentimento di indignazione; non si potrebbe invero rimanere insensibili rispetto al tradimento perpetrato di tutti quei fondamentali valori a cui ogni Istituzione universitaria, al fine di garantire appieno la propria missione, è tenuta ad adeguarsi, e ciò indipendentemente dal luogo di insediamento.
Discorso ulteriore, ma ciò richiederebbe riflessioni pregnanti, nonché l’apertura di un confronto trasparente vòlto ad esaminare le plurime implicazioni che ne scaturiscono, è quello concernente la collaborazione scientifica con imprese che commercializzano prodotti e servizi suscettibili di essere impiegati per scopi militari ovvero dual use. Chiaramente v’è la necessità che le attività economiche in questione osservino scrupolosamente regole, regimi autorizzatori e prassi irreprensibili.
Ciò detto, non può però disconoscersi che gli scenari che si profilano su plurimi fronti a livello planetario e anche in aree a noi assai vicine, impongono che, alla base delle difficili decisioni che gli Organi decidenti, a livello europeo e interno, sono chiamati ad assumere, vi sia una riflessione che tenga conto della necessità di dotarsi di una buona dose di pragmatismo.
(Pubblicato sul Corriere della Sera, edizione Bologna)








