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[L’intervento] Laura Castelli (vice ministro dell’Economia): «Nessuno fermi le politiche espansive della Ue. L’Europa ha bisogno di mille miliardi all’anno per ripartire»

Riportiamo l’intervento di Laura Castelli, Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, pubblicato su Milano Finanza.

L’Europa, ancora una volta, come è avvenuto in questi ultimi anni, si trova davanti a un bivio: da un lato proseguire con azioni che portino a risposte comuni, anche e soprattutto dal punto di vista finanziario (cosa che tutti auspichiamo), e dall’altro tornare all’impostazione pre-pandemia, che non ha saputo dare le giuste risposte e ha danneggiato l’economia di paesi come il nostro.

La situazione attuale, non solo da un punto di vista economico, ma anche politico e geopolitico, ci pone nella condizione di fare una riflessione sull’andamento finanziario, in primis per l’Italia, certamente, ma anche e soprattutto per l’intero continente.

Proprio, perché abbiamo davanti uno scenario in costante evoluzione, aggravato dalla crisi internazionale sulla cui risoluzione, con il passare dei giorni, il margine di incertezza diventa sempre più ampio. Ci sono alcuni aspetti che dobbiamo tenere in considerazione.

E per farlo non possiamo che partire dal mettere in fila lo sforzo finanziario comune a cui l’Europa, e i paesi membri, negli ultimi tre anni sono stati chiamati. Uno sforzo che, in parte, non è ancora stato definitivamente quantificato.

Misure per innovare e per ripartire, pre e post pandemia, oggi pesantemente condizionate dal conflitto in Ucraina. Ma proviamo a mettere in ordine le principali. Per il programma “Green New Deal”, 520 miliardi di investimenti aggiuntivi all’anno per 10 anni; per la “Trasformazione digitale”, 130 miliardi all’anno, anche qui per 10 anni, di investimenti aggiuntivi; per contrastare l’emergenza da Covid-19, l’indebitamento è aumentato quasi ovunque di 20-30 punti % (in Italia siamo passati da 133% a 156%); nel 2018 l’Ue spendeva 331 miliardi all’anno per approvvigionamento energetico, quest’anno a causa dell’aumento dei prezzi (a partire da settembre 2021) questa cifra è destinata a raddoppiare; e poi la guerra in Ucraina, che ha comportato un’ulteriore aumento dei prezzi dell’energia, l’aumento dei costi per la difesa (i Paesi Ue già spendono circa 230 miliardi all’anno) e le spese per la gestione dei rifugiati (si stimano almeno 5 milioni di profughi).

Parliamo di “debito buono”, ma queste non sono altro che politiche espansive, frutto di un processo mai portato avanti prima dall’Unione europea, di condivisione del debito. Un processo capace di riattivare le economie dei Paesi membri.

Ora dobbiamo fare i conti con il nuovo indirizzo della Bce. La politica espansiva che ha fatto la Banca centrale europea, a partire dalla pandemia fino a oggi, registrerà una contrazione. Come sembra ormai chiaro, da qui a breve è altamente probabile una riduzione di acquisto dei titoli di Stato e un aumento dei tassi di interesse. I segnali che arrivano vanno in questa direzione.

Basta leggere l’intervista che Isabel Schnabel, membro dell’Executive Boad, ha rilasciato al giornale economico tedesco Handelsblatt, o le dichiarazioni di ieri di Christine Lagarde. Ma l’Europa non può fare passi indietro rispetto a un fabbisogno comune che è in costante aumento, e che per i prossimi anni è facilmente stimabile in quasi 1.000 miliardi all’anno.

Quello che dobbiamo raggiungere ora è un sempre maggiore coordinamento politico, economico e sociale. Di fronte a queste sfide, abbiamo il Next Generation, il programma Sure, il bilancio pluriennale dell’Ue e la Bei. Ma non bastano, specie in un quadro in cui i bilanci pubblici sono stati già “spremuti” per far fronte al Covid e gli investimenti privati rischiano di ridursi, a causa del clima di incertezza legato alla guerra (soprattutto nei paesi dell’Est).

E poi c’è l’incognita Bce, perché se a causa dell’inflazione in aumento (7,5%), come dicevamo, la Banca centrale dovesse effettivamente ridurre gli acquisti di titoli di Stato e aumentare i tassi di interesse, limitando così il suo intervento di supporto all’economia, ci troveremmo difronte un quadro non proprio entusiasmante.

Quadro che deve anche tener conto di un calo già in atto della ripresa economica e di un potenziale rischio di povertà delle famiglie, legato al generale aumento dei prezzi, incluso il settore alimentare e quello dei beni di prima necessità.

Ci sono almeno due strade da percorrere per ridurre la pressione sui bilanci nazionali, ormai al limite, ridurre i tassi di mercato sui titoli di stato (emessi dall’Ue) e, con una Bei rafforzata, fornire maggiori garanzie per stimolare gli investimenti privati (abbiamo solo in Italia 1.800 miliardi sui conti correnti bancari).

La prima, è certamente un rinnovato programma Sure 2.0 (ne ha parlato recentemente anche il Presidente Draghi), a cui lavoro da qualche mese, per fare in modo che questo strumento possa diventare innovativo e aiutare i paesi membri a raggiungere obiettivi specifici, sempre più legati al lavoro, al welfare, alle famiglie.

La seconda, un Next Generation strutturale per affrontare le nuove sfide come la denatalità e i flussi migratori. Uno strumento con una portata finanziaria pari ad almeno 3-4 volte quello attuale. La riforma dei trattati, caro Direttore, come emerso dalla voce dei cittadini durante la Conferenza sul futuro dell’Europa, e questi nuovi (e rinnovati) strumenti rappresentano la strategia migliore per consentirci di affrontare in modo “strutturale” le crisi che ciclicamente si presentano, senza dover rincorrere ogni volta la soluzione. La consapevolezza che c’è oggi, ne sono certa, ci eviterà di ripetere gli errori del passato

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