[L’intervento] Giuseppe Coco (economista): «Idrogeno, l’occasione da non mancare»

Il governo ha annunciato attraverso una audizione in Palamento del Ministro Patuanelli che una bozza di piano per l’idrogeno verrà sottoposto a consultazioni nelle prossime settimane, per essere finalizzato a inizio 2021. Alcune indiscrezioni sono poi trapelate attraverso l’agenzia Reuters in cui si parla di 10 miliardi di investimenti pubblici, di cui la metà con fondi europei del Recovery. Come sempre siamo in ritardo rispetto ai nostri competitori. Francia e Germania hanno anticipato una iniziativa comune e entrambe si sono dotate di Piani Strategici a settembre. Ricordiamo che la Commissione, i cui piani non potevano esserci sconosciuti prima, ha annunciato la sua strategia a luglio con un documento pubblico, alla cui elaborazione presumibilmente l’Italia ha partecipato.

La maturazione della possibilità di usare l’idrogeno come fonte energetica è avvenuta in maniera abbastanza repentina negli ultimi anni. L’idrogeno è stato per anni la chimera delle politiche energetiche, un carburante disponibile ovunque, e che bruciando produce acqua è il sogno di ogni ambientalista. Tuttavia i problemi pratici di sintesi e trasportabilità del carburante rendevano appunto chimerico lo sviluppo di una tecnologia dell’idrogeno. Negli ultimi anni un calo deciso dei costi di sintesi dell’idrogeno ha reso relativamente meno utopistico il suo uso.

Ricordiamo che l’idrogeno si può sintetizzare a partire dal metano, rilasciando però anidride carbonica, e quindi con un processo che non contribuisce particolarmente alla decarbonizzazione in sé. La sintesi però potrebbe avvenire in condizioni controllate che renderebbero relativamente semplice la cattura della CO2, che secondo alcuni (per es. l’Economist questa settimana) potrebbe essere una tecnologia vincente nel medio periodo. In questo caso (idrogeno blu) i costi della produzione e cattura sarebbero però molto maggiori. Infine l’idrogeno può essere sintetizzato per elettrolisi, un processo che richiede elettricità e quindi dispendio di energia. Il contributo alla decarbonizzazione in questo caso arriva solo se l’elettricità usata è da fonti rinnovabili (idrogeno verde).

Il profano può quindi chiedersi perché non usare direttamente l’elettricità come fonte di energia, considerando che la elettrolisi produrrà senz’altro una dispersione di energia netta. Il problema è che trasporto e stoccaggio di energia elettrica da rinnovabili possono avvenire solo a costi considerevoli e, in casi specifici, possono non essere tecnicamente realizzabili. L’uso di elettricità per generare altissime temperature ad esempio (e quindi per tutta l’industria pesante) oppure per la trazione di grossi carichi sia via mare che via terra appare impossibile o di difficilissima attuazione.

L’idrogeno potrebbe aumentare la quota di energia decarbonizzata nell’economia come medium in altri termini, come mezzo per il trasporto e lo stoccaggio di energia rinnovabile. Va detto che i costi di produzione dell’idrogeno verde al momento sono non competitivi, ma se la storia delle rinnovabili insegna qualcosa è che, attraverso un sufficiente investimento in ricerca e tecnologia, i costi possono scendere in maniera drastica e l’idea di una parità di costo con alcune fonti fossili (tenendo conto delle esternalità) a fine decennio appare del tutto realistica.

Con l’idrogeno però non dovremo ripetere l’errore commesso con le fonti rinnovabili. In quel caso abbiamo speso moltissimo, attraverso le incentivazioni molto generose, per l’installazione di impianti in gran parte prodotti da paesi che si sono dotati per tempo delle tecnologie adeguate. In questo caso si tratta di essere coinvolti nei processi produttivi, una possibilità cui si accede solo spendendo adeguatamente oggi in ricerca e in incentivazioni allo sviluppo di tecnologie.

Non dobbiamo farci condizionare a questo stadio da polemiche prive di senso sulla migliore tecnologia da usare. E’ abbastanza probabile che nel lungo periodo l’idrogeno verde sia la tecnologia vincente. ENEL ovviamente ha un forte interesse a concentrare gli sforzi su questa tecnologia. Ma nulla esclude che durante la transizione, che potrebbe durare più di dieci anni, le tecnologie di cattura e sequestro dell’idrogeno blu siano convenienti. Un po’ di sana competizione, ma anche collaborazione tra le nostre imprese energetiche non può che fare bene.

Abbiamo molte ragioni per tentare di essere all’avanguardia e spingere sull’idrogeno. Dalla nostra rete di trasporto e distribuzione di gas naturale, che potrà essere riconvertita al trasporto di idrogeno, alla posizione strategica con forti fonti rinnovabili sul nostro territorio, soprattutto al sud, e ancora maggiori nel nord-africa. L’International Energy Agency considera l’Italia il candidato naturale per un hub dell’idrogeno nel mediterraneo.

Pochi sanno che SNAM ha recentemente formulato un avvenieristico piano per l’idrogeno nel sud Italia, che punta alla separazione della rete di gas naturale della Sicilia per farne un laboratorio di miscelazione di idrogeno e gas naturale, e poi di sperimentazione dell’uso della rete e di consumo di idrogeno su vasta scala per riscaldamento. Analogamente la conversione dell’ILVA, con la creazione di un parco produttivo di rinnovabili accanto alla fabbrica, potrebbe essere una occasione unica di sperimentare l’uso nell’industria pesante, che qualche anno fa sarebbe stato impensabile. E’ forse arrivato il momento di essere all’avanguardia per una volta. E farlo nel Mezzogiorno sarebbe un segnale importante. Siamo in ritardo col piano, ma non in maniera irrimediabile.

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