Il percorso lungo, accidentato e finanche doloroso che l’Italia ha intrapreso per la decarbonizzazione della propria economia, ha comportato una massiccia dose di investimenti nell’eolico e nel fotovoltaico, due modalità di generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili che, giustamente, occupano un posto di grande rilievo nella strategia energetica europea.
La crescita della produzione da tali fonti rinnovabili non è stata, però, priva di costi sociali sistemici e locali poiché la loro forte dipendenza da fenomeni meteorologici rende il loro apporto al mercato molto volatile, con una conseguente volatilità del prezzo unico nazionale.
Inoltre, soprattutto nell’eolico, l’opposizione delle comunità locali a nuovi investimenti impone ritardi nella concessione di tutte le autorizzazioni, con un conseguente aggravio dei costi.
Per attenuare il rischio intrinseco nella volatilità e per diversificare le fonti, i mesi più recenti hanno visto un crescente interesse nei confronti degli investimenti nei grandi impianti di accumulo (è di pochi giorni fa la notizia della partnership tra Enel e Sosteneo) e delle concessioni idroelettriche, entrambe modalità di generazione che garantirebbero una riduzione dell’incertezza sistemica unitamente alla decarbonizzazione.
Ma, affinché gli investimenti previsti possano trasformarsi in effettiva operatività, è importante che la comunità locali vengano ascoltate.
Nel caso dello sfruttamento degli invasi idrografici, si sta assistendo da anni ad una serie di tentativi, nazionali e regionali, di definizione di un chiaro quadro delle regole per l’assegnazione delle concessioni e per il loro funzionamento tecnico e finanziario.
La Lombardia e l’Abruzzo hanno bandito le prime gare per l’assegnazione, prontamente impugnate dalle maggiori aziende del settore e, quindi, ora sospese.
Perché questo mercato non diventi immobile come quello della distribuzione locale di gas, le cui gare per gli affidamenti degli Atem languono abbondantemente da decenni, è necessario un intervento regolatorio che fissi tanto i criteri di aggiudicazione quanto quelli per la valutazione degli asset dei concessionari potenzialmente uscenti, un tema su cui la normativa sembra essere eccessivamente vaga.
Vi è poi il tema di cruciale importanza dell’impatto territoriale, questione per cui non deve stupire il crescendo di voci di protesta delle comunità locali che faticano a percepire i benefici derivanti dallo sfruttamento dei loro bacini.
È interessante segnalare che la Legge Regionale della Lombardia è chiara nello stabilire che i concessionari saranno selezionati anche in base alle loro proposte di «misure, interventi di miglioramento, risanamento ambientale e paesaggistico del bacino idrografico di pertinenza», oltre che di «attività di gestione dell’invaso».
Ma è pur vero che tutto ciò è insufficiente per ottenere il consenso delle comunità locali, che necessita invece di due azioni complementari.
In primo luogo è importante che i concessionari ottimizzino i loro investimenti non solo da un punto di vista finanziario, ma anche da quello del benessere locale e dell’impatto economico generato.
Le risultanze di tali analisi, complesse ma necessarie, dovrebbero essere discusse con le comunità di riferimento, in modo da mettere a punto la strategia di sviluppo che più rende congruenti gli obiettivi aziendali con quelli territoriali.
In secondo luogo, gli enti locali hanno la possibilità di compartecipare agli utili derivanti dalla produzione dell’energia non attraverso forme odiose di royalties, che presuppongono un’assoluta passività, ma partecipando all’investimento e alla gestione attraverso schemi di partenariato pubblico privato.
Nei casi di realtà territoriali particolarmente riottose, una tale forma di attivazione, già prevista dalla normativa di riferimento, potrebbe minimizzare la probabilità di insorgenza di eventuali conflitti.
L’Italia, soprattutto quella settentrionale, ha da sempre sfruttato la propria ricchezza idrografica per produrre energia elettrica.
L’industrializzazione della Lombardia, del Piemonte, oltre che lo sviluppo di Milano, sono venuti grazie ad innovazioni tecnologiche e piani di sviluppo territoriale che hanno plasticamente preso la forma iconica delle centrali dell’Ossola progettate dal Portaluppi.
Oggi le esigenze non sono mutate, così che al pari di un’urgente definizione del quadro delle regole per l’assegnazione o per l’estensione delle concessioni è importante concepire i piani di investimento non solo in una necessaria ottica imprenditoriale, ma anche come interventi di sostegno alle economie locali, spesso relativamente fragili.
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