Uno dei temi di punta del dopo Covid-19, sul terreno degli investimenti necessari per la ripartenza ed il rilancio del Paese non può non essere quello delle infrastrutture. È ovvio che il fare non è di per è indice di capacità amministrativa, specie in tempi di sviluppo sostenibile. Tuttavia l’efficienza della spesa, l’abilità nel non generare residui, la velocità nell’impegnare ed erogare fondi nazionali e sovranazionali soprattutto nella realizzazione di infrastrutture sono indici pressochè infallibili di modernità di un Paese.
L’ordinamento italiano presenta purtroppo una serie di inconvenienti che operano come ostacoli alla capacità di realizzazione infrastrutturale.
Anzitutto, la qualità della legislazione sugli appalti: tradizionalmente farraginosa, integrata da una miriade di piccoli interventi correttivi, complicata da una mole enorme di linee-guida dell’Autorità nazionale anticorruzione, più rigida di quanto la normativa europea imponga, per la necessità di contrastare talune patologie nazionali, di cui la Corte di Lussemburgo nemmeno riesce ad intendere la ratio, come di recente nella pronuncia sulla illegittimità del tetto fisso all’entità del subappalto.
Secondo ma non inferiore problema, la modesta percentuale di PIL destinato alle opere. Il calo è stato costante dal 2012 al 2018, con un cenno di ripresa solo nel 2019. Gli investimenti in opere stradali sono calati più vistosamente e persino quelli in prodotti di proprietà intellettuale, che includono lo sviluppo del software, sono rimasti stagnanti. Il dato è ancora più impressionante in prospettiva comparata, se cioè si opera un raffronto con Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna.
La lentezza nella realizzazione delle opere è pure impressionante: in assoluto si attesta sui 4,4 anni, senza sostanziali prospettive di calo, con massicce perdite di tempo nel passaggio da una fase all’altra, segno di scarsa capacità di coordinamento; in relativo, le Regioni del sud attestano maggiore lentezza tendenziale, come i Comuni piccoli e medi. Opere idriche, lavori stradali e impianti di depurazione mostrano la maggiore lentezza. La durata si accoppia di solito al costo, di norma molto maggiore di quello europeo medio nei lavori comparabili, come l’alta velocità.
Le opere incompiute per eventi che variano dalle vicende societarie dell’impresa appaltatrice all’esaurimento dei fondi, che in teoria dovrebbero essere completamente disponibili prima dell’inizio, formano elenchi addirittura imbarazzanti.
La delinquenza organizzata e la diffusione del fenomeno corruttivo, peraltro percepito ancor più marcatamente della pur rilevante diffusione reale, sono altri handicap tali da disincentivare investimenti stranieri ed italiani, in specie in talune aree del Paese.
La resistenza alla realizzazione di opere pubbliche, non solo con riguardo alle più grandi, è un fenomeno assai più marcato che in realtà europee vicine a noi.
Altro importante fattore di contesto è la lentezza della giustizia civile, con le sue ricadute in termini di dilatazione dei costi in caso di contenzioso. Le classifiche europee vedono spesso l’Italia all’ultimo od al penultimo posto per questo parametro. Basti dire che il tempo medio di decisione di un ricorso per cassazione è cinque volte superiore a quello francese.
I meccanismi semplificatori introdotti nelle procedure amministrative a partire dalla approvazione della legge 241/1990, più volte integrata e ritoccata, non sono stati sin qui decisivi. Il Patto per la semplificazione tra Governo, Regioni ed enti locali per il biennio 2019-2021 è incappato nella pandemia e pertanto non è valutabile.
Infine, la qualità della burocrazia è forse il vero tallone d’Achille del sistema. Mai nell’ordinamento italiano è stato fatto un serio sforzo di formazione, accompagnato da garanzie di stato giuridico atte ad assicurare l’impermeabilità alla politica. Ammesso, come sostengono molti storici dell’amministrazione, che in età liberale si fosse giunti abbastanza vicini a questo risultato, il fascismo vi pose fine ed i primi trent’anni di Repubblica hanno risentito dell’influenza partitica. I trasferimenti di funzioni alle Regioni nel 1970,1977 e 1998 non si sono accompagnati a sforzi adeguati sul versante di selezione e formazione permanente. In certo modo l’effetto delle leggi cd. Bassanini è stato ulteriormente distorsivo, in quanto lo spostamento di responsabilità dalla classe politica alla dirigenza ha trasferito i problemi senza risolverli con scelte formative serie. In sintesi, l’Italia non ha seguito in materia né il modello francese delle Scuole superiori riservate al pubblico impiego né quello inglese del civil service.
Accedere con efficienza ed efficacia ai fondi europei di qualsiasi natura, a prescindere dalle condizioni per fruirne, richiede ora uno sforzo imponente su tutti o quasi i fronti di cui sopra. Resta da vedere se il sistema saprà almeno questa volta percepire l’importanza della scommessa ed almeno cercare di vincerla.








