Il sociologo Giuseppe De Rita ha analizzato sulle pagine del Corriere della Sera dei giorni scorsi l’uniformità d’azione da parte del Governo che ha accompagnato il diffondersi altrettanto uniforme di tre sentimenti collettivi: la paura del contagio; la rabbia contro i disertori nella battaglia contro il contagio; la propensione a dividersi anche nelle attuali speciali contingenze.
La paura è stato il primo sentimento ampiamente circolato non solo nelle zone più esposte al contagio, ma in città, in paesi, in borghi dove il coronavirus non si è neppure affacciato. «Mi sono spesso domandato nelle scorse settimane perché i cittadini di Roma o di Matera dovessero vivere in una paura irrefrenabile del coronavirus. E non ho trovato risposta sul puro piano del ragionamento: la paura è stata una esplosione antropologica, quasi misteriosa, ed è stato inutile cercare di far ragionare nove su dieci dei miei amici umbri, romani, meridionali» spiega De Rita.
A questa paura si è accompagnata una rabbia diffusa, che ha legittimato piccoli e grandi episodi di denuncia e di disprezzo per chi attentava alla collettiva difesa dal contagio. «Mi sono arrivati rimproveri di ogni tipo: per la presunzione di continuare a lavorare, o per la libertà di una visita in chiesa». La “rabbia da paura” è stata la cifra psicologica collettiva di questi ultimi mesi, di cui qualche scoria negativa certo resterà.
Paura e rabbia hanno innescato un terzo sentimento collettivo: la propensione a dividerci, prosegue De Rita nel suo ragionamento. E’ vero che nella storia d’Italia le tentazioni divisive sono state più che frequenti, «ma avrei sperato nella pandemia potessimo rifiutarle, ritrovando senso e cammino comune. E invece no, ci siamo divisi fra chi ha avuto paura e chi no; chi si fidava dei virologi e chi no; chi si arrabbiava sul possesso delle mascherine o no; chi voleva la riapertura delle imprese e chi no […]. Anche stavolta non siamo sfuggiti all’antropologica tendenza alla divisione, pur se paradossalmente vissuta in un periodo di pace domestica e di inerzia delle emozioni».
Questa spinta alla divisione potrebbe amplificarsi nei prossimi mesi, che saranno mesi difficili sul piano economico e verosimilmente sociopolitico, dove avremo più paura per la riduzione dei redditi come del lavoro e più squilibri e diseguaglianze fra i diversi strati della popolazione. Tutto questo potrebbe sfociare in un insieme di conflitti sociali alimentati dalla rabbia da indigenza.
Per evitare tutto questo sarebbe opportuno non ripetere «l’uniformità di intervento messa in atto nella pandemia, ma piuttosto [avviare] una puntuale conoscenza delle diverse realtà territoriali, articolando analisi e interventi, unica strada per non lasciare che paura e rabbia diventino pandemie».
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