E’ un richiamo alla responsabilità nazionale quello rivolto da Ferruccio De Bortoli, firma di prestigio del giornalismo italiano, alla classe dirigente privata del Paese. Un richiamo diretto agli imprenditori e ai manager “alla parte più ricca e agiata, dell’imprenditoria maggiormente avveduta e internazionalizzata” per ricordare che “ci si salva tutti insieme”.
De Bortoli lancia il suo appello dalle colonne del Corriere della Sera.
“Quel che rimane della cosiddetta borghesia produttiva ha dato prova di grande generosità personale e aziendale. Non c’è dubbio. Ha, in diversi e lodevoli casi, anticipato e integrato la cassa integrazione quando le aziende sono state costrette ad usarla. Allargato le maglie dei welfare aziendali. Ma manca qualcosa. Manca l’assunzione di un progetto per il Paese. Sulle proprie spalle, non su quelle dello Stato di cui si teme, giustamente, un eccessivo allargamento proprietario e assistenziale o a carico di una politica accusata di incompetenza e avventurismo. Una classe dirigente privata all’altezza del compito che la storia le assegna non può limitarsi (giustamente) a premere per riaprire le fabbriche e invocare aiuti di vario tipo o guardare con ansia a Bruxelles. Deve fare di più. Mostrare di avere una cultura più profonda del bene pubblico”.
E lancia una proposta. “Mi piacerebbe vedere una decina di grandi imprenditori (e sono sicuro, conoscendone molti, delle loro sensibilità personali) condividere un progetto a favore della crescita del capitale umano del proprio Paese. Ed essere promotori di una raccolta di capitali per finanziare un grande progetto, mobilitando family office per i quali l’Italia è un granello dei loro investimenti. Disposti anche ad autotassarsi se necessario. E offrire al Paese i mezzi necessari per una decisa lotta alla povertà educativa, il sostegno alla digitalizzazione scolastica, la formazione in generale del capitale umano in aiuto all’istruzione pubblica – la cui centralità nessuno contesta – la crescita di una futura classe dirigente, anche pubblica, di cui oggi scontiamo debolezze e incompetenze”.
Questa presa in carico di impegno e responsabilità secondo De Bortoli renderebbe la classe dirigente privata più credibile nel contrastare una deriva neostatalista e contraria all’impresa che fa leva sulle disuguaglianze crescenti. “Contrastando poi la sensazione popolare che chi vive in una dimensione internazionale, ha spesso sede legale e fiscale all’estero (e non esita a chiedere prestiti con garanzia dello Stato), oltre a mandare i figli a studiare fuori, non abbia a cuore i destini dell’istruzione pubblica. Al pari di quello che è accaduto con la sanità pubblica. Si consolida così – come nota Remo Lucchi di Eumetra – la sensazione di una estraneità di fondo di chi è internazionalizzato e guarda più al mondo. Italiani solo quando fa comodo”.
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