“La decisione della segretaria del Pd di appoggiare il referendum Cgil per l’abolizione del Jobs Act è la prova ulteriore che la sinistra italiana ha voltato pagina rispetto alla stagione ‘riformista’ degli anni passati”.
Lo scrive Pietro Reichlin sulla Stampa: “Per capire l’iniziativa referendaria, e la svolta politica del Pd – sottolinea l’editorialista – occorre forse analizzare il segnale politico che essa produce, e come sarà percepita dall’elettorato, più che il dettaglio normativo oggetto del quesito.
Con il Jobs Act, spiega Reichlin, “si ritiene che la determinazione per via giudiziaria dei licenziamenti generi maggiore incertezza per imprese e lavoratori, costi molto alti nel caso di una durata irragionevole delle cause di lavoro e maggiore precariato per chi cerca un nuovo impiego.
In secondo luogo, si afferma il principio che la sostituzione del reintegro coatto con l’indennizzo economico del lavoratore licenziato (un’indennità che oggi arriva fino a 36 mesi) debba essere accompagnata da un rafforzamento e un’estensione dei sussidi di disoccupazione a tipologie contrattuali precedentemente escluse.
Questo è quello che si è cercato di fare nel Nord Europa negli ultimi trent’anni e che è alla base del modello sociale dell’Europa continentale.
Il “modello italiano” è basato, invece, sulla cassa integrazione, sulla debolezza delle politiche attive del lavoro e su una diffusione abnorme del lavoro autonomo che spesso nasconde rapporti di lavoro dipendente.
Ciò aumenta il precariato, frena la mobilità e la re-impiegabilità dei lavoratori, aumenta l’inefficienza dei profili occupazionali, retributivi e contrattuali per classi di età e livello di istruzione e mina le basi del sistema previdenziale.
In ogni caso, non abbiamo assistito ad un aumento percepibile dei licenziamenti, e i dati tendenziali sul mercato del lavoro registrano un aumento dell’occupazione a tempo determinato.
Date queste premesse, sembra ragionevole dire che, in questo caso, lo sguardo della Cgil e del Pd sia rivolto più al passato che al presente.
Lo sforzo di un partito che ha a cuore il benessere dei lavoratori – conclude – dovrebbe essere quello di garantire un sistema efficace e universale di ammortizzatori sociali, la partecipazione delle imprese ai costi di reinserimento dei lavoratori e il rafforzamento delle politiche attive del lavoro”.
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