“La storia si ripete identica e i suoi diversi protagonisti ne ignorano o fingono di ignorarne il senso”. Massimo Cacciari sulla Stampa parla di “sconfitta della cultura del diritto”: “Una politica debole, forme di governo che si fondano su coalizioni posticce, prive di ogni contenuto strategico – scrive l’editorialista – producono per necessità l’effetto che funzioni tecnico-amministrative dello Stato assumano, anche al di là delle loro intenzioni, immagini e ruoli tendenti a supplirne le deficienze. Negli anni ’90, dopo il delirio giustizialistico succeduto a Tangentopoli (con il conseguente oscuramento del reale significato storico di quella stagione) questa tendenza giunse all’apice.
Ma nulla si è fatto per correggerla alla radice. Correggerla avrebbe significato riforma della Giustizia in tutti i suoi settori, ma non solo: anche metter mano a una legislazione che disboscasse l’attuale giungla di norme e dispositivi che si contraddicono e sovrappongono in quelle materie più esposte al rischio di corruzione, di abuso di ufficio, ecc. Insomma, ancora una volta, riformare – esattamente ciò di cui le classi dirigenti di questo Paese si sono dimostrate incapaci. L’assenza di una vera cultura del diritto nella classe politica – sottolinea Cacciari – ha regnato sovrana. Dal giustizialismo quando si tratta di colpire l’avversario allo strenuo garantismo (per modo di dire) quando è in gioco la difesa di sé stessi. La sola ‘carica’ del nostro Stato che regge sembra a questo punto essere il Presidente della Repubblica, nostalgia quasi della figura paterna.
La politica impotente a riformare asseconda servilmente tali costumi, fa leva su di essi per inseguire i propri fini di brevissima durata. E taglia così il ramo su cui è seduta. Può essere che da quel ramo cada anche l’abile Meloni. Certo non cadrà per mano di una opposizione che a contraddittori e asfittici progetti di riforma della Giustizia oppone ancora quella forma mentis conservatrice, che l’ha bloccata in questi decenni, che si trattasse di mercato del lavoro o di politiche fiscali, di istituzioni nazionali o europee, e che ci fa ritrovare oggi con un parlamentarismo esangue surrogato da uno pseudo-presidenzialismo, e con le funzioni tecnico-amministrative dello Stato – conclude – dominate tutte da istanze corporative altrettanto, per natura, conservatrici”.
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