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La ricerca è stata aiutata dal Pnrr, ora la sfida è l’innovazione | L’analisi di Enrica Battifoglia

Con un lieve aumento dei fondi, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sta aiutando la ricerca italiana, che deve però trovare gli strumenti per essere competitiva, per esempio pensando a un programma futuro di finanziamenti strutturali, traducendo in brevetti un maggior numero di idee e di progetti, facendo in modo che i tanti ricercatori che vanno all’estero rientrino più numerosi.

È la fotografia della ricerca italiana che emerge dalla Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia redatta dal Consiglio nazionale delle ricerche e presentata oggi a Roma, presso il Cnr.

“Non vediamo ancora in pieno l’impatto del Pnrr sullo stato di salute della ricerca italiana, ma lo vedremo il prossimo anno”, ha detto la presidente del Cnr Maria Chiara Carrozza, aprendo i lavori con il direttore del dipartimento Scienze umane e sociali, patrimonio culturale del Cnr, Salvatore Capasso.

Fra le priorità, Carrozza ha indicato l’esigenza di “colmare il gap fra il mondo della ricerca e quello industriale, grazie strumenti più veloci e flessibili”.

Per Capasso “è essenziale che la ricerca abbia un sistema di finanziamento ottimale”.

Accanto a una struttura finanziaria, ha aggiunto, è importante investire in un sistema di finanziamento che permetta il trasferimento tecnologico.

Finanziamenti, brevetti, mobilità dei ricercatori sono fra gli ambiti analizzati nella Relazione, accanto al trasferimento tecnologico e la fiducia dei cittadini nella scienza, in un ritratto che, ha osservato Carrozza, è “un’utile occasione di confronto e uno stimolo a migliorare”.

Le cose da fare sono molte, a partire dai finanziamenti pubblici in ricerca e sviluppo.

Il periodo 2012-2021 è stato difficile, con una comunità scientifica che non ha avuto gli strumenti per poter dare continuità ai suoi programmi, peraltro poco orientati alle nuove sfide tecnologiche, Il Pnrr ha portato a un lieve miglioramento, ma la preoccupazione generale è che cosa accadrà quando i fondi del Pnrr finiranno, ossia dal 2026 in poi.

Un’altra sfida è la capacità di brevettare: nonostante dal 2021 in poi si rilevi un aumento, le domande presentate dall’Italia all’Ufficio europeo dei brevetti sono un terzo rispetto a quelle che arrivano dalla Francia e un settimo di quella della Germania.

I dati indicano che in Italia le regioni che brevettano di più sono ancora concentrate a Nord, anche se Piemonte e Lombardia tra il 1999 e il 2019 hanno lasciato il primato a Emilia Romagna e Veneto (rispettivamente, +3.2 e +2.9).

In particolare, l’Emilia-Romagna conta161 brevetti per milione di abitanti, superando Lombardia (111), Veneto (109) e Piemonte (89).

Più delle grandi imprese tradizionali, a brevettare sono nuove realtà, come quelle specializzate nei settori delle nanotecnologie e della microelettronica.

Le proiezioni indicano che nel 2030 i brevetti italiani potrebbero aumentare da 3.500 a 6.000, ma soltanto se il Paese dimostrerà di avere una vera capacità di innovazione, al di là del manifatturiero e del Made in Italy.

Il trasferimento tecnologico è un’altra grande sfida e richiede strumenti nuovi e anche in questo caso il Pnrr fa sentire il suo peso, con risorse dedicate a sostenere la collaborazione sia tra università e centri di ricerca, sia tra l’accademia e l’industria.

“Come Cnr – ha detto Carrozza – stiamo lavorando nella direzione già seguita da altri grandi enti, con una Divisione che di occupi di legami con fondi di investimento e imprese”.

Quello che è certo, ha osservato, è che “l’idea di trasferimento tecnologico degli anni 2000 va ripensata con i partner”.

Una nota positiva, è che tutti questi cambiamenti potranno contare su un’opinione favorevole alla scienza da parte della società al punto che, con la pandemia di Covid-19, nell’arco di due anni la fiducia degli italiani nei vaccini è aumentata del 14%, mentre i contrari sono il 4%, la metà rispetto alla media europea.

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