Sul Messaggero Ruben Razzante commenta la decisione di Meta di eliminare negli Stati Uniti e in Australia Facebook News, sezione dedicata alle notizie.
Una decisione che segue l’annuncio di alcuni mesi fa sulla rimozione di Facebook News dal Regno Unito, dalla Francia e dalla Germania e risponde a precise strategie aziendali di indirizzamento degli investimenti verso prodotti e servizi più remunerativi.
Sul piano strettamente formale nulla di illecito e tutto pienamente riconducibile alla sacrosanta libertà d’impresa.
Ad uno sguardo più attento, però, tale determinazione assunta dal gigante guidato da Mark Zuckerberg evidenzia una contraddizione stridente tra lo spirito “interventista” che le piattaforme web e social hanno progressivamente assunto sul terreno dell’esercizio della libertà d’espressione, arrogandosi in molti casi funzioni di monitoraggio, controllo e selezione di contenuti pubblicati dagli utenti, e un loro atteggiamento “rinunciatario”, che di fatto provoca una marginalizzazione nello spazio virtuale di informazioni giornalistiche professionalmente confezionate e verificate.
In situazioni d’emergenza come la pandemia o i conflitti in corso sul fronte russo-ucraino e su quello israelo-palestinese i colossi della Rete hanno collaborato con gli Stati e con i produttori di resoconti giornalistici contribuendo in maniera preziosa a rendere più facilmente riconoscibili da parte degli utenti digitali i contenuti di qualità vagliati e riconducibili a fonti implicitamente che l’informazione di qualità fosse identificabile con quella prodotta da professionisti scrupolosamente attenti al controllo dell’affidabilità delle fonti e della veridicità delle informazioni.
Negli ultimi mesi, però, questo slancio verso la valorizzazione in Rete dei prodotti editoriali professionali sembra essersi a dir poco affievolito, con la conseguenza che nella gigantesca mole di dati che affollano il web e i social i contenuti affidabili si diluiscono e sono più difficilmente rintracciabili da parte degli utenti.
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