La magistratura è ostaggio delle correnti di potere. Vi spiego come è possibile liberarla

L’occasione della ripartenza dell’Italia non può ignorare la necessità di un profondo mutamento della funzione giudiziaria, della sua organizzazione e modernizzazione.

Non possono essere nemmeno ignorati i problemi dell’autogoverno della magistratura, attraversato da una gravissima crisi di credibilità incrementata dalle attuali note vicende di cronaca.

Sicuramente si tratta di problemi molto risalenti nel tempo. Nel nostro paese l’esercizio del potere, specie quello di effettuare nomine ambite e importanti, è vittima di una cultura istituzionale raramente adeguata.

La magistratura logicamente non fa eccezioni. Peraltro la sfiducia attuale dell’opinione pubblica e il grado di lottizzazione delle nomine sembra andato oltre ogni prevedibilità.

Le principali imputate sono le correnti, gruppi interni all’Associazione Nazionale dei Magistrati, responsabili di aver monopolizzato tutto il potere interno. In astratto queste formazioni non rappresenterebbero un male, se restassero nell’ambito del compito dichiarato di contribuire al dibattito interno alla giurisdizione: discutendo il suo corretto esercizio, i modi migliori per gestire l’autogoverno, per migliorare e non tradire l’indipendenza della magistratura.

Quando le correnti si sono rivelate troppo ideologiche o, peggio, si sono attrezzate come centri di potere schiacciante hanno prodotto rovine come le odierne.

Va chiarito peraltro come la libertà di associazione sia tutelata dalla Costituzione e quindi non appare possibile sciogliere tali correnti in modo autoritativo.

Certamente il loro attuale minimo prestigio già di fatto le pone in grave crisi.

In primo luogo le elezioni dei componenti del Consiglio Superiore dovrebbero essere sottratte al dominio di questi gruppi, che invece paiono aver appaltato non solo queste scelte, ma anche le successive decisioni del Csm, specialmente in ordine alle nomine dei magistrati che dirigono Procure, Tribunali e Corti.

Per spezzare questo giogo e le note spartizioni potrebbe risultare opportuno eleggere ogni membro ”togato” in collegi territoriali uninominali e senza la presentazione di liste, ma solo di candidature individuali.

Sembrerebbe muoversi in tal senso anche qualche recente progetto governativo.

Quasi ogni distretto avrebbe un suo rappresentante con un’opportuna distribuzione geografica: ogni magistrato elettore voterebbe candidati conosciuti piuttosto bene e tutti sarebbero più responsabilizzati nelle scelte.

Tuttavia ogni sistema elettorale, come anche l’attuale a sua volta nato per mitigare l’improprio potere delle correnti, è suscettibile di essere stravolto da prassi distorte e quindi non sono da escludere anche in questo caso cartelli ed escamotages per aggirare lo spirito della riforma.

Da alcune parti, sia interne che esterne alla magistratura si propone il sorteggio dei membri togati del Csm.

Nel breve periodo potrebbe risultare utile, perché sottrarrebbe alle correnti il loro influsso dominante su candidature e votazioni.

Tuttavia una prima obiezione al sorteggio è di ordine costituzionale, poiché l’art. 104 della Carta prevede che due terzi dei membri del Csm siano “eletti” dai magistrati ordinari. Altre obiezioni riguardano invece la sostanziale resa della democrazia insita nell’ammettere l’incapacità di scegliere i soggetti più validi per un così alto incarico.

Resa che tra l’altro arriverebbe da un corpo qualificato di funzionari pubblici. Inoltre non si avrebbe alcuna garanzia che i designati dalla sorte si asterrebbero da accordi postumi dello stesso tipo di quelli che si vogliono eliminare. Ed anche, invece, da isolati potrebbero non essere in grado di sostenere il peso dei membri di nomina politica.

Ingenuo appare l’argomento per cui ogni magistrato abbia già in sé una propria riconosciuta capacità professionale per cui ciascuno di loro sarebbe in grado di svolgere le funzioni di membro del Csm.

Appare invece evidente che si tratta di un compito delicato e singolare, per cui debbano essere scelti magistrati particolarmente validi, indipendenti e specializzati per il compito. Non certo quello che accade al momento, ma che non sarebbe nemmeno garantito dalla sorte.

Certamente poi la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006 ha avuto esiti pessimi. Non solo per la gerarchizzazione delle Procure, che pure ha prodotto danni e un incontrollato incremento del carrierismo.

Soprattutto ha tradito il giusto proposito di non ancorare le nomine dei magistrati dirigenti alla sola anzianità, che spesso premiava molti inadeguati sfuggiti ai demeriti ma anche all’impegno.

Infatti la riforma ha indicato nuovi e vari titoli di valutazione dei candidati senza specificare alcun criterio o gradazione prestabilita. Per cui si è sconfinati di fatto nell’arbitrio tanto gradito all’attuale aberrante sistema correntizio.

Il danno per i cittadini di una dirigenza inadeguata degli uffici giudiziari è ovvio, anche se produce i suoi effetti gradualmente, ma inesorabilmente.

Occorrerebbe invece graduare e soppesare i titoli dei candidati.

Prevedere stabilmente audizioni dei candidati migliori. E far sì che le valutazioni ricorrenti di professionalità siano serie e non delle inutili lodi generalizzate, negate solo in pochi eclatanti casi.

Un altro versante su cui intervenire sono gli incarichi fuori ruolo dei magistrati. Forse non andrebbero aboliti del tutto, ma certamente andrebbero eliminati quelli totalmente disancorati dalla funzione giudiziaria.

Andrebbero ridotti anche quelli più attinenti e interni al ministero della Giustizia. Sono fonte di potere trasversale e carriere privilegiate. Attualmente concessi in base ad inconcepibili chiamate dirette, arbitrarie. Perciò fonte di ulteriori disparità e privilegiati scambi di favori.

Anche la formazione di una nuova associazione dei magistrati, soggetto peraltro privato e di natura sindacale, non sarebbe in assoluto un male. Non si comprende però come una nuova aggregazione potrebbe garantire comportamenti diversi dagli odierni.

Purtroppo molti feroci oppositori interni dell’attuale sistema partono da sani e sacrosanti propositi, ma non mostrano di possedere il necessario livello occorrente per compiti così delicati.

Alcuni di loro hanno storie professionali non molto incoraggianti. Insomma, non bisogna mai farsi abbagliare da nessuno. L’ambizione sfrenata pervade molti fra i vecchi e nuovi protagonisti ed è il vero male profondo. La prima fonte di  cambiamento deve riguardare la cultura del potere di questo paese. Ogni altra manovra potrebbe risultare poco incisiva senza una nuova mentalità

Determina sconcerto che singoli magistrati abbiano raccolto in sé tanto potere, influenze e contatti persino con artisti e sportivi, oltre che uomini politici. Il timore è duplice.

La magistratura tende a sconfinare e condizionare l’esercizio degli altri poteri, oltre le fisiologiche e doverose attività. La politica da parte sua cerca di mantenerne il controllo, e magari di usare la magistratura, accordandosi con quella ristretta cerchia di capicorrente, in grado di estendere la loro influenza a un ampio numero di colleghi attraverso la gestione delle nomine e dei procedimenti disciplinari, resi molto più pressanti negli ultimi anni e non sempre a carico dei giusti bersagli.

Occorre un salto di qualità che solo riforme condivise da gran parte dei soggetti politici e istituzionali coinvolti può avviare. Riforme e risorse, questa volta.

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