“In linea con le attese, lo shock bellico incide sui numeri del Def in modo visibile, ma contenuto. La crescita programmatica si colloca al 3,1% quest’anno, al 2,4 nel 2023 e all’1,8 e 1,5 rispettivamente nel 2024 e 2025, beneficiando nel 2022 di una manovra di finanza pubblica in deficit pari a 0,5 punti di Pil (9,5 miliardi)”.
Lo sostiene l’economista Sergio De Nardis, sul magazine digitale InPiù.net
La linea Maginot
“Questa è diretta per un po’ più della metà (5 miliardi) a nuovi interventi di sostegno dell’economia (caro energia, prezzi opere pubbliche, garanzie di credito, profughi, impatto guerra sulle aziende) e per la restante parte a ripristinare i fondi dei ministeri tagliati per coprire le pregresse misure di calmieramento delle bollette. Così operando, il governo ha difeso la linea Maginot del deficit 2022 al 5,6% (stabilito in legge di bilancio), evitando lo scostamento e sfruttando per la manovra in deficit lo spazio liberato da un andamento della finanza pubblica tendenziale migliore delle attese”.
“Nonostante abbassamento della crescita e maggiori esborsi per interessi rispetto alla precedente previsione, permane nelle ipotesi del governo il bonus di un onere per il servizio del debito inferiore al tasso di sviluppo dell’economia che consente di ridurre il rapporto debito/Pil pur in presenza di disavanzi primari: il debito scende dal 150,8% del Pil nel 2021, a 146,8 quest’anno e arriva a circa 141 nel 2025”.
“L’Upb, che ha già approvato lo scenario tendenziale, dovrà ora valutare l’attendibilità del quadro macroeconomico programmatico e nel caso validarlo, tenendo conto dell’entità dell’impatto della manovra espansiva. Con riferimento al Pil reale, si può osservare che le stime dei previsori si stanno spostando, col proseguire della guerra, progressivamente all’ingiù (con quella di Confindustria per ora tra le più basse). L’esame del fiscal council dovrà, inoltre, prendere in considerazione, oltre al Pil reale, l’evoluzione del Pil nominale direttamente rilevante per gli andamenti di finanza pubblica”.
Maggiore inflazione
“Conta, quindi, anche la verifica della maggiore inflazione, misurata dal deflatore del Pil, ipotizzata dal governo rispetto alla previsione di settembre. Nel Def la dinamica dei prezzi contribuisce in effetti a compensare lo shock negativo sulla crescita reale, talché il Pil nominale viaggia a ritmi non molto distanti, tra il 2022 e il 2024, da quelli che si avevano nella Nadef. L’aumento del deflatore del Pil nel 2022 (+3%, contro 1,6 della Nadef) riflette gli effetti di second round del rialzo dei prezzi all’importazione ante-guerra e, allo stesso modo, la sua più sostenuta dinamica negli anni successivi risente delle conseguenze a cascata dello shock energetico corrente”.
“E’ da chiedersi se la proporzione di questo fenomeno (minore crescita, maggiore deflatore) come ipotizzata nel documento governativo è attendibile. Nell’insieme, il Def presenta un quadro in cui la guerra incide, ma non produce deragliamenti rispetto al precedente sentiero programmatico. Si spera che abbia ragione, ma l’incertezza è ampia, come mostra del resto lo scenario alternativo, con embargo del gas russo, presentato nel documento: la crescita reale, in questa ipotesi da non escludere, si riduce fino allo 0,6% quest’anno, implicando una severa recessione nell’arco del 2022, per poi rimanere pressoché stagnante nel 2023”.








