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Kamala, Barak e la vittoria | L’intervento di Giuseppe Coco

Si discute intensamente delle probabilità di Kamala Harris di vincere le elezioni negli Stati Uniti, ma è curioso che molti osservatori non menzionino il mancato appoggio finora di Barak Obama. Secondo alcuni Obama si riserverebbe una sorta di incoronazione definitiva in futuro ma, come sappiamo, la campagna della Harris soffre già di un ritardo notevole. Una adesione compatta potrebbe forse aiutare. Inoltre, il dibattito italiano si nutre quasi esclusivamente di suggestioni. Kamala vincerebbe ad esempio con le donne e le minoranze (perché donna e figlia di una coppia mista). A me pare invece che queste categorie sono di fatto già conquistate alla sua campagna e non hanno bisogno di una propaganda particolarmente estesa.

Nelle ultime campagne presidenziali le posizioni dei candidati si sono radicalizzate in particolare tra i repubblicani. Già la campagna di Bush jr., gestita da Karl Rove, era basata sulla motivazione di un elettorato estremista, piuttosto che sulla conquista dell’elettorato centrista diventato meno importante. Eppure, negli ultimi decenni le sinistre ovunque hanno vinto solo con candidati centristi, evidentemente l’elettore mediano è più sensibile alla ragionevolezza da sinistra e gli estremisti di sinistra oggi suscitano una maggiore avversione in un elettorato di destra e di centro, pur essendo immensamente popolari in un elettorato borghese e privilegiato delle città.

Prova ne è che le campagne propagandistiche delle destre si concentrano ossessivamente su personaggi di sinistra che risultano particolarmente irritanti per l’elettorato moderato. Si veda in Italia la Salis, Sohamoro, Mimmo Lucano e altri candidati identitari, che però di sicuro sottraggono voti netti alla sinistra. La stessa dinamica è visibile negli Stati Uniti. Da questo punto di vista la Harris deve prima di tutto evitare di presentarsi come una estremista su quasi tutte le questioni sensibili, considerando che è noto che le sue posizioni su molti dossier sono più radicali di quelle dello stesso Biden.

Una campagna breve può anche essere un vantaggio per un candidato non troppo esperto e secondo alcuni, nemmeno competente. Nonostante alcuni sondaggi diano Kamala quasi testa a testa con Trump (45 a 47), i bookmaker danno le probabilità di vittoria della Harris al 40% sia per il sistema elettorale, sia per il vantaggio di Trump in tutti gli stati in bilico. Ricordiamo che Trump vinse le elezioni nel 2016 contro Clinton nonostante abbia preso meno voti, per effetto del sistema elettorale basato sulla vittoria negli Stati.

Diventa cruciale quindi conquistare, al contrario di quanto si racconta, l’elettorato moderato anche nelle minoranze, che vede Trump come un pericoloso estremista ma detesta alcuni folli eccessi ideologici delle sinistre, che Rampini ci racconta settimanalmente sul Corriere. Ad esempio, sappiamo che dopo decenni l’elettorato di ascendenza ispanica si è mosso rapidamente verso destra, più di tutto su questioni riguardanti l’immigrazione e i diritti civili, percepiti come una questione sostanzialmente borghese (tranne l’aborto). Gli elettori per battere Trump ci sono, bisogna solo andare a prendere quelli indecisi, non galvanizzare i fanatici.

E qui torniamo a Obama. Esiste una possibile ragione per cui Obama potrebbe essere riluttante a fare un endorsement? Nel primo discorso dopo l’investitura da Biden, la Harris ha significativamente detto che il vecchio Joe aveva realizzato nella sua Presidenza più di quanto altri avessero fatto in 2 Presidenze. È chiaro che si riferisse ad Obama ma francamente è incomprensibile che un candidato in pectore attacchi trasversalmente l’ex-Presidente più popolare del suo stesso partito.

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