Ormai lo sappiamo, la Germania beneficia della debolezza economica di quei Paesi che contribuiscono a bilanciare il valore dell’euro, deprezzandolo, e rendendo così più competitive le sue esportazioni.
Così come siamo anche consapevoli che i Paesi con una precaria sostenibilità del debito possono beneficiare di tassi di interesse più vantaggiosi rispetto a quelli che otterrebbero se non appartenessero all’area euro.
E fin qui questo scambio, se pure con cicliche tensioni, ha trovato un equilibrio.
Nulla di nuovo. Se non fosse che l’attuale peso specifico dei Paesi con debito crescente non può più contrastare un disegno a trazione germanica che trova largo consenso nell’opinione pubblica tedesca, soddisfatta, com’è, dei vantaggi ottenuti nel mantenimento del potere d’acquisto degli elevati redditi da lavoro e nella tutela dei propri risparmi. Cristallizzare questo scenario è quindi un chiaro interesse dei tedeschi e dei suoi alleati.
Il nuovo debito
Un disegno che i Paesi più indebitati provano a contrastare – ritenendosi comunque protetti dalla disastrosa reazione a catena che innescherebbe una dissoluzione dell’euro – auto-confinandosi nei poteri d’interdizione che assegnano loro i trattati europei. Ma è ormai evidente a tutti che questo precario equilibrio sta fiaccando il disegno strategico dell’Unione il quale, è bene ricordarlo, sin dalle origini ha considerato le politiche monetarie un mezzo e non una finalità strategica.
Per quanto ci riguarda ora, complice il coronavirus, in questa partita con i tedeschi siamo giunti ai supplementari in svantaggio e con qualche uomo di peso in meno. Ciò nonostante, tocca giocare gli ultimi minuti decisivi con uno schema questa volta davvero efficace
Il nuovo debito che ci attende dovrà essere concentrato solo su progetti strategici, nei quali far convergere competenze, influenze lungimiranti, credibilità politica, visione e volontà nazionale.
In uno schema che finalmente affronti la ristrutturazione della burocrazia e del sistema di deleghe dello Stato e che utilizzi le nuove risorse finanziarie per un piano di rilancio di respiro europeo: dal potenziamento delle infrastrutture, alla messa in rete delle università con le imprese capofiliera e le PMI del Paese, sino alla riforma delle strutture formative e al recupero delle aree ad alto potenzialità di crescita.
Il Mezzogiorno
È in questa prospettiva che il Mezzogiorno può diventare un’opportunità non solo per il Paese, ma per l’Europa tutta.
L’esempio di un progetto di portata strategica, per l’Italia e per l’Europa, ce lo ha fornito la SVIMEZ con il disegno di una grande piattaforma logistica per il Mezzogiorno (d’Europa) all’interno del quadrilatero Napoli-Bari-Taranto-Gioia Tauro (un’area popolata da oltre 12 milioni di abitanti), nella quale impiantare e coordinare lo sviluppo di Zone Economiche Speciali.
Quattro poli da potenziare che, anche attraverso la dorsale adriatica e il corridoio Palermo-Berlino, possono agganciare il cuore dell’Europa e attrarre merci, servizi e opportunità di sviluppo.
E’ questo il respiro da prendere come riferimento per l’elaborazione di scenari e azioni progettuali che possano far salire nella scala delle priorità europee l’attenzione alle aree ad alta potenzialità di crescita.
Proprio a partire dalle aree più attardate è il tempo di darci tutti insieme pochi ma limpidi obiettivi strategici di lungo periodo, e di affidarli a chi potrà così rappresentarci a Bruxelles non più con il cappello in mano (e chissà che in questa prospettiva possa anche risparmiarci la ormai rituale – quanto stucchevole – esibizione di parole indignate ad ogni rientro in Patria).
Perché ora la partita è davvero agli sgoccioli, e questa volta rischiamo di rientrare a testa china negli spogliatoi, con l’unica, residua prospettiva di diventare un popolo di bolsi custodi del patrimonio ereditato. Rassegnati a staccare i biglietti per l’ingresso in quel “paese più bello del mondo”, che i tedeschi e i suoi alleati europei tanto amano frequentare nel tempo libero dagli impegni a Bruxelles.








