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Il rischio di dipendenza dalla Cina sui minerali critici | Lo scenario

La rapida avanzata della transizione energetica rende finalmente reale la prospettiva di ridurre la dipendenza dell’Occidente dal petrolio e dai combustibili fossili, limitando la crisi del clima e l’influenza dei ‘petroStati’ come l’Iran o la Russia, che infatti rispondono destabilizzando lo scacchiere geopolitico mondiale.

Il rischio, però, è di cadere da una dipendenza in un’altra.

“Il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha le terre rare”, disse già nel lontano 1987 l’allora leader cinese Deng Xiaoping mentre visitava Baotou, nella Mongolia interna, sede di uno dei più grandi giacimenti di terre rare della Cina.

Le terre rare, in realtà, si trovano in tutto il mondo, ma nessun Paese le ha sfruttate bene come la Cina.

Pechino, si legge su L’Economia del Corriere della Sera, ha riconosciuto l’importanza strategica di queste risorse più di tre decenni fa e ha costruito una posizione dominante nella produzione globale di materiali critici per la transizione energetica.

Ora altri stanno cercando di recuperare il ritardo: la produzione non cinese di questi materiali è aumentata di quasi quattro volte, raggiungendo le 90.000 tonnellate, dal 2015 al 2022.

Ma la Cina non è rimasta ferma.

La produzione di terre rare è raddoppiata, passando da 105.000 a 210.000 tonnellate nel 2022, superando di gran lunga l’aumento al di fuori dei suoi confini in termini assoluti, nel tentativo, per ora riuscito, di dominare un mercato che cresce a rotta di collo.

Il mercato dei minerali che servono per alimentare la produzione di veicoli elettrici, turbine eoliche, pannelli solari e altre tecnologie fondamentali per la transizione verso l’energia pulita è raddoppiato negli ultimi cinque anni, in base al rapporto ‘Critical Minerals Market Review 2023’ dell’International Energy Agency.

La prima analisi annuale del braccio energetico dell’Ocse su questo mercato indica che l’avanzata record delle tecnologie energetiche pulite sta spingendo un’enorme domanda di minerali come litio, cobalto, nichel e rame.

Dal 2017 al 2022, il settore energetico è stato il fattore principale che ha fatto triplicare la domanda complessiva di litio, seguita da un aumento del 70% della domanda di cobalto e da un incremento del 40% della domanda di nichel.

Il mercato dei minerali per la transizione energetica ha raggiunto i 320 miliardi di dollari nel 2022 ed è destinato a crescere rapidamente, spostandosi sempre più al centro della scena per l’industria mineraria globale.

In risposta, gli investimenti nello sviluppo di minerali critici sono balzati del 30% lo scorso anno, dopo un aumento del 20% nel 2021.

Tra i diversi minerali, il litio ha visto l’aumento più marcato degli investimenti, con un balzo del 50%, seguito da rame e nichel.

“In un momento cruciale per la transizione verso l’energia pulita in tutto il mondo, siamo incoraggiati dalla rapida crescita del mercato dei minerali critici”, ha detto il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol, commentando il rapporto, sottolineando che “rimangono però grandi sfide.

C’è ancora molto da fare per garantire che le catene di approvvigionamento dei minerali critici siano sicure e sostenibili”.

Secondo l’analisi dell’Aie, se tutti i progetti minerari critici pianificati nel mondo venissero realizzati, l’offerta potrebbe essere sufficiente a sostenere gli impegni nazionali sul clima annunciati dai governi da qui al 2030.

La Iea però mette in luce proprio il problema della scarsa diversificazione dell’offerta.

Rispetto a tre anni fa, la quota dei tre principali produttori di minerali critici (con la Cina quasi sempre in prima posizione) nel 2022 è rimasta invariata o è aumentata, soprattutto per nichel e cobalto.

Per il cobalto, la Cina controlla il 70% dell’estrazione mineraria globale.

Nel nichel, i primi tre produttori (Indonesia, Filippine e Russia) controllano i due terzi del mercato, mentre per il litio i primi tre produttori (Australia, Cile e Cina) controllano oltre il 90%.

In prospettiva, poi, la crescita non è sufficiente.

A partire dal 2030 nessuno di questi minerali chiave avrà abbastanza miniere operative per limitare il surriscaldamento globale a 1,5 gradi.

Alla fine del decennio il mercato del litio avrà triplicato le sue dimensioni e all’offerta di rame mancheranno 2,4 milioni di tonnellate.

L’estrazione, del resto, è solo il primo passo.

I minerali critici devono essere raffinati e forgiati in leghe in un processo complesso, altamente specializzato e in più fasi, prima di poter essere utilizzati.

Anche in questo caso c’è molto terreno da recuperare per i nuovi arrivati, come l’Europa.

La Cina ha stabilito una posizione di controllo in ogni fase di questo processo, con una strategia industriale concertata a lungo termine, sostenuta da sussidi statali.

È impossibile superare in pochi anni un vantaggio competitivo costruito in un trentennio.

I governi da Washington a Bruxelles a Tokyo stanno valutando dove approvvigionarsi in modo affidabile senza passare attraverso l’orbita di Pechino.

La Cina, per ritorsione, sta valutando la possibilità di limitare le esportazioni di alcuni materiali.

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