Mario Calderini, PhD in Economics presso l’University of Manchester, parla delle oltre 500 proposte di progetti da inserire nel Recovery plan.
“La pervicacia con cui in Italia si continua a chiamare Recovery fund quello che si chiama Next Generation Eu è la miglior sintesi possibile della confusione e della miopia che caratterizza la stesura del documento che l’Italia dovrebbe consegnare alla Commissione Ue e che tutti speriamo non sia neppure lontano parente di quella informe lista di progetti che circola in queste ore – dichiara Calderini a Repubblica – Next Generation Eu è un nome che è stato scelto dalla Commissione per rappresentare un principio molto semplice: stiamo prendendo a prestito risorse dalle generazioni future ed abbiamo l’imperativo morale non solo di usarle al meglio ma anche di investirle con un orizzonte di medio lungo termine, affinché il dividendo economico e sociale ritorni nelle tasche di chi ci ha prestato i soldi. Qui invece lo chiamiamo Recovery fund, quasi a voler dire: il nostro compito è riportare la situazione a febbraio.
La cosa che fa più inorridire di quella lista – sottolinea Calderini – non è tanto l’assurdità e l’inconsistenza di certi progetti ma il metodo politico che evidentemente traspare, quello di svuotare i cassetti dei ministeri, delle amministrazioni locali e delle partecipate di Stato, di raccogliere le idee estemporanee di pezzi disarticolati dei corpi intermedi o di consiglieri e consulenti che si trovano ad avere per ventura un pezzettino di palcoscenico in questo momento. Tutti in buonafede e magari anche capaci, ma ciascuno con davanti la propria parzialissima visione del problema generale. E alla fine il problema è proprio questo: abbiamo vuote evocazioni del cosiddetto green new deal, salvifiche infrastrutture e immancabili appelli alla digitalizzazione. Espressioni buone per ogni epoca, che però non fanno un piano”.
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