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Il diritto di parola e gli atti di violenza | L’analisi di Roberto Gressi

Una società privata del dissenso – scrive Roberto Gressi sul Corriere della Sera all’indomani del caso Roccella – è l’apripista del pensiero unico, pane dei totalitarismi.

Diffidare sempre di un Paese dove il dissenso viene ingabbiato, censurato, confinato.

E poi sì, non c’è dubbio che il dissenso possa raggiungere anche livelli di critica impietosa, a tratti durissima, figlia spesso, specialmente tra i più giovani, della paura di essere prevaricati e ignorati.

Che però si giunga a impedire ad altri di esprimere la propria opinione, a zittire l’avversario, è un atto di violenza.

Il diritto di parola deve per forza essere un punto di partenza comune, e non una conquista rimessa ogni volta in discussione.

Ieri è successo di nuovo.

La ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella, è stata costretta a lasciare il palco degli Stati generali della Natalità.

Un coro di «Vergogna!» e «Decido io», l’ha costretta ad uscire.

A nulla è valso dare la parola ai contestatori, né a nulla è servito che Roccella affermasse che condivideva il «Decido io» sul corpo delle donne, e che semmai il problema è che oggi quella libertà è falsamente garantita.

Non c’è dubbio alcuno che le sue argomentazioni non avrebbero convinto i contestatori, e avrebbero avuto tutto il diritto di ribattere.

Ma il problema è che nessuno ha potuto ascoltarle, le sue parole, perché le è stato messo un bavaglio.

Era già successo al Salone del libro di Torino, ancora contro Eugenia Roccella, fatto particolarmente grave perché i libri sono il baluardo della libertà, dai roghi nazisti al monito di Fahrenheit 451.

Ieri il presidente della Repubblica ha telefonato alla ministra per esprimerle solidarietà.

E non è un bene che Elly Schlein, assolutamente insospettabile di condividere con Roccella un solo pensiero, non abbia fatto lo stesso, lasciando pochi singoli a dire per il Pd che quello che è avvenuto è inaccettabile.

La campagna elettorale non è un pranzo di gala, e non mancano, da tutte le parti, giochetti strumentali.

Ma sui principi non si deflette, è buona regola.

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