Che prezzo siamo pronti a pagare come Paese, come comunità, come imprese, come famiglie per non rimanere inermi davanti al genocidio che si sta compiendo in Ucraina?
Su questo Think Tank Quotidiano oggi abbiamo scelto di pubblicare un documento drammatico, il rapporto di Human Rights Watch, ong internazionale che ha certificato gli orrori compiuti dai soldati russi a Bucha alle porte di Kiev (https://www.ripartelitalia.it/abisso-di-putin-ecco-il-diario-delle-violenze-sui-civili-dei-soldati-russi/).
Alla luce di quanto descritto e provato da osservatori internazionali estranei al conflitto, possiamo davvero rimanere inermi?
Possiamo liberarci come Europa dalla trappola in cui siamo caduti? Dal ricatto del gas e del carburante?
Sì possiamo, ma ad un prezzo molto alto, un prezzo che è difficile valutare nelle sue conseguenze economiche e sociali.
E allora ancora una volta a cicli ripetuti in questi 40 giorni di guerra, siamo lì fermi davanti al dilemma: rinunciare ad una fornitura di gas che ci costa un miliardo al giorno per smettere di finanziare la sempre più atroce guerra di Putin (https://www.ripartelitalia.it/draghi-germania-e-italia-insieme-ad-altri-paesi-ue-stanno-finanziando-la-guerra-di-putin/).
Oppure rimandare questa decisione e abbassare lo sguardo davanti alle ulteriori crudeltà che ci saranno nelle prossime settimane.
Sappiamo ormai bene tutti che rinunciare alla fornitura del gas sia il vero Armageddon economico verso la Russia. E come Think Tank lo abbiamo già documentato qui un mese fa (https://www.ripartelitalia.it/larmageddon-della-ue-per-fermare-putin-chiudere-tutta-la-fornitura-del-gas-ma-il-prezzo-per-litalia-sarebbe-altissimo/).
Ma si tratta di una responsabilità enorme e tutta nelle mani di due Paesi europei. L’Italia e la Germania.
Due Paesi colpevoli di aver costruito in 20 anni una politica energetica nazionale completamente schiacciata su un unico fornitore, la Russia, che già prima dell’invasione non godeva certo della miglior reputazione.
E ora questi due Paesi rischiano di pagare le conseguenze più gravi dal blocco delle forniture.
La Germania da alcune settimane ha iniziato al suo interno un dibattito pubblico sulle responsabilità di questa dipendenza energetica dalla Russia e sempre qui sul nostro Think Tank potete trovare ampia documentazione al riguardo (https://www.ripartelitalia.it/putin-e-il-mea-culpa-della-germania-siamo-stati-stupidi-la-merkel-sotto-accusa/).
In Italia invece il dibattito su questa responsabilità probabilmente avverrà forse dopo l’irreparabile, quando la scelta comune dell’Europa sul no al gas di Putin sarà ufficiale e definitiva.
Resta da capire qual sarà allora la via d’uscita per l’Italia. Come riuscire a pilotare quel no al gas insieme alla tenuta del nostro sistema economico e sociale. Con tutta l’amarezza e la consapevolezza di dover rinunciare a quella agognata ripartenza che con il Pnrr il sistema Paese sta tentando faticosamente di costruire.
Il ministro alla Transizione Ecologica Roberto Cingolani ha reso noti in queste settimane dossier dati e cifre che dimostrano che potremmo fare a meno del gas russo specie questa estate (https://www.ripartelitalia.it/il-documento-litalia-puo-chiudere-subito-con-il-gas-russo-ma-rischia-grosso-questo-inverno-tutta-la-verita-sullemergenza-energia-ecco-il-dossier-del-ministro-cingolani/).
Discorso diverso riguarda invece lo scenario rispetto al periodo successivo, autunno e inverno, dove senza una soluzione soddisfacente sostitutiva, potremmo trovarci davvero in difficoltà e anche essere esposti al rischio di lockdown energetici (https://www.ripartelitalia.it/lo-scenario-litalia-usera-il-carbone-per-evitare-il-blackout-con-le-guerra-piu-soldi-alla-russia-per-il-gas/).
Danni per le famiglie certo, per la vita sociale del Paese, ma sopratutto per le imprese, per l’inflazione, per la crisi dei consumi alle porte, per il rischio di una recessione che si è già quasi materializzata e che a quel punto sarebbe davvero inevitabile ( https://www.ripartelitalia.it/il-documentoprevisioni-spaventose-siamo-gia-in-recessione-lallarme-di-confindustria/).
Ma dopo le immagini atroci dei crimini di guerra di Bucha continuare la strada delle sanzioni soft, senza considerare l’unico embargo che davvero sarebbe deleterio per le casse pubbliche di Mosca, non pare più una strada percorribile.
E allora occorrerà un discorso pubblico al Paese, perché c’è anche un secondo problema all’orizzonte.
Se il taglio del gas non dovesse bastare, alla prossima mattanza, al prossimo crimine contro l’umanità, non resterà altro che l’intervento della Nato.
E a quel punto le conseguenze per tutti sarebbero incalcolabili.








