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Deterrenza Usa in crisi: arsenali in calo, difese sotto pressione e torna lo spettro nucleare | L’analisi di Gabriele Segre

Su La Stampa, Gabriele Segre analizza l’indebolimento della deterrenza convenzionale americana, partendo da un dato: secondo le stime più pessimistiche, dopo mesi di guerra con l’Iran gli Stati Uniti avrebbero 759 sistemi Patriot, contro gli oltre duemila disponibili prima del conflitto.

Anche i Thaad sarebbero diminuiti da 452 a meno di 280 unità.

Inoltre, i radar di entrambi i sistemi dipendono dal gallio, estratto per il 98% dalla Cina.

Mentre Washington assicura che le scorte siano sufficienti, il Pentagono chiede all’industria di aumentare rapidamente la produzione.

Per Segre, il punto non è necessariamente il tramonto della potenza americana, ma il paradosso di uno Stato molto potente e, allo stesso tempo, insufficientemente protetto.

La deterrenza non consiste soltanto nel dimostrare quanto danno si possa infliggere al nemico, ma anche nel convincerlo che non riuscirà a infliggerne abbastanza.

Nel Golfo Persico, tuttavia, i missili e i droni iraniani continuano a colpire, le basi americane vengono ridislocate per prudenza e ogni intercettazione consuma munizioni difficili da rimpiazzare.

Lo stesso problema emerge in Ucraina: nonostante la superiorità offensiva russa, Kyiv continua a colpire obiettivi lontani con i droni e a difendersi con sistemi improvvisati.

Secondo l’autore, nessuna potenza appare oggi capace di trasformare la propria superiorità economica, politica o militare in un reale condizionamento dell’avversario.

Da qui il ritorno dello spettro nucleare.

Le ipotesi di impiego di armi atomiche tattiche, valutate da Mosca e Washington come opzioni “credibili” o “razionali”, nascono dal timore di perdere il controllo della guerra.

Ma, osserva Segre, non esiste un’atomica tattica davvero limitata: l’escalation, una volta superata l’ultima soglia, diventerebbe imprevedibile.

Il vero pericolo è quindi l’esaurimento della deterrenza convenzionale, in conflitti senza una vittoria raggiungibile, una sconfitta accettabile o una soluzione politica praticabile.

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