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Idroelettrico: salta la norma per dare più tempo alle gare | Il caso

Gli operatori del settore raccontano che quello che si sta profilando per le concessioni idroelettriche è lo scenario peggiore che ci si potesse aspettare.

Una guerra di tutti contro tutti: le regioni che devono affrettarsi a mettere a gara le concessioni scadute; i concessionari uscenti che devono difendere il valore degli asset da restituire alle regioni e per i quali la legge non riconosce criteri per valutarli; i concessionari di altri impianti che sono costretti a partecipare ad ogni gara che viene avviata perché non sanno che fine farà la loro concessione e quindi il proprio business.

Il risultato, scrive il Sole 24 Ore, sarà una pioggia di ricorsi, contenziosi e la certezza che potenziali nuovi investimenti per 10-15 miliardi sfumeranno e comunque resteranno bloccati ancora per anni.

Il tutto sacrificato sull’altare di un impegno che il governo italiano (quello guidato da Mario Draghi) si era assunto nei confronti di Bruxelles e poi scolpito nelle milestone del Pnrr, del quale una grande quantità di obiettivi sono stati rivisti e rimessi in discussione, tranne questo.

L’attuale esecutivo ha fatto propria quella scelta.

L’approccio categorico sulla necessità di andare avanti con le gare (per le concessioni scadute si doveva procedere già entro fine 2023) è stato ribadito nel parere contrario, dato dal ministero per gli Affari europei, all’emendamento della Lega super segnalato per il Milleproroghe: un correttivo che estendeva di altri 12 mesi i tempi per le procedure delle gare.

Il ministero ha avanzato un invito al ritiro della norma “in quanto – è stato spiegato – richiederebbe di costituire un reversal rispetto alla milestone M1C2-6 relativa alla legge concorrenza 2021 che richiedeva di rendere obbligatorio lo svolgimento di gare per le grandi concessioni idroelettriche e di ‘eliminare gradualmente la possibilità di prorogare i contratti (come già stabilito dalla Corte costituzionale italiana)’ rilevante ai fini del conseguimento della terza rata”.

Il reversal sarebbe il negoziato che dovrebbe fare il governo con la Commissione per rivedere quell’obiettivo, percorso che evidentemente l’esecutivo non intende avviare.

L’esclusione dell’emendamento ha generato allarme sul territorio.

E ha diffuso il convincimento che possa essere difficile attendersi qualche novità dopo le elezioni europee.

Speranze erano state riposte nella prospettiva che, dopo quella scadenza, si potesse avviare un negoziato con la Commissione europea al fine di consentire un’altra via rispetto alle opzioni previste oggi dalla legge del 2018 in base alla quale le concessioni possono essere riassegnate tramite gare, oppure a società miste pubblico private o ricorrendo a project financing.

La strada ulteriore, già prevista dall’ultimo Decreto Energia e poi stralciata, introduceva la possibilità per le amministrazioni locali di riassegnare la concessione all’operatore uscente a fronte di nuovi impegni per investimenti e alla chiusura dei contenziosi in essere.

Ma anche in quel caso c’era stato il parere contrario del ministero guidato da Raffaele Fitto.

Ministero che, secondo le indiscrezioni, in queste settimane starebbe sollecitando le regioni a procedere con le gare.

Sinora la Lombardia ha approvato una delibera al fine di rimettere a gara tre piccole concessioni scadute, ma sono già partiti i ricorsi da parte degli operatori uscenti.

La regione dovrà procedere con diversi bandi, perché sono circa 70 le concessioni di impianti cosiddetti grandi derivazioni (con potenza da 3 mila kilowatt) e di questa circa 20 sono scadute.

Il Piemonte aveva avviato un percorso di riassegnazione partendo da un project financing avanzato dall’utility uscente, Iren.

C’è però stato il ricorso di un operatore di Bolzano.

E frattanto Bruxelles avrebbe acceso un faro sulla procedura piemontese, per approfondire se il ricorso al project financing (previsto dalla legge sugli appalti che è allineata alle normative europee) sia compatibile con le regole sulla concorrenza.

In Abruzzo la gara per riassegnare piccole concessioni per circa 70 megawatt, gestite da autoproduttori e da Acea, ha innescato il ricorso anche dei competitor come A2A e Enel.

I concorrenti sono costretti a presentarsi per non perdere terreno.

Le concessioni del gruppo guidato da Flavio Cattaneo scadono nel 2029, come del resto quelle di Cva in Val d’Aosta, ma per esse l’incertezza che è generata è anche peggiore.

Se questi concessionari non entrano in corsa ora e poi restassero esclusi nelle gare del 2029 sarebbe un bel problema.

E ancora: l’attenzione di Bruxelles per le gare nell’idroelettrico – che non sono previste in nessun altro paese della Ue – fa sospettare che l’interesse di altri operatori europei, ad esempio francesi o tedeschi, di entrare attraverso queste gare nel mercato italiano sia molto elevato.

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