Un tesoro che potrebbe aver raggiunto 120 miliardi di dollari: denaro pronto (anche) per finanziare nuove acquisizioni.
I protagonisti del trading di materie prime – tra cui giganti come Vitol, che ha appena conquistato Saras – hanno fatto il pieno di liquidità dopo cinque anni consecutivi di profitti stellari.
Ed è probabile che la cassa, almeno in parte, verrà impiegata per rafforzare ulteriormente il presidio su snodi strategici delle catene di rifornimento: raffinerie e impianti a energia rinnovabile – come nell’ultima operazione in Italia, che vede uscire di scena la famiglia Moratti, azionista storico di Saras – ma anche ad esempio oleodotti, depositi di stoccaggio, rigassificatori, per restare in campo energetico.
Anche nel 2023, scrive il Sole 24 Ore, gli affari sono andati a gonfie vele per le società che operano nel commercio fisico di combustibili, metalli e prodotti agricoli: uno studio pubblicato ieri da Oliver Wyman stima 105 miliardi di dollari di utili lordi l’anno scorso in questo segmento, un risultato inferiore solo a quello del 2022, anno in cui la crisi energetica, le sanzioni contro la Russia e altre difficoltà di rifornimento li aveva spinti a ben 148 miliardi, un livello “non sostenibile” e difficilmente replicabile.
“Il 2023 ha rappresentato un anno di riequilibrio – commenta la società di consulenza – Le supply chain, i prezzi delle materie prime, la volatilità del mercato, la crescita economica nei diversi settori e regioni hanno cominciato a normalizzarsi dopo le perturbazioni del 2022”.
Ma negli ultimi anni c’è stato un salto di qualità, che fa presupporre che ci siano “fattori strutturali” in grado di sostenere la redditività anche in futuro.
Oliver Wyman fa cenno alla scarsità d’offerta di alcune commodities, che può provocare “estrema volatilità” sui mercati.
Solo nel 2018 i profitti riconducibili al trading di materie prime erano a quota 36 miliardi di dollari, circa un terzo rispetto a quelli attuali, si legge nello studio.
Da allora c’è stata una crescita ininterrotta, che li ha portati a superare 60 miliardi nel 2020 e a sfiorare 80 miliardi nel 2021.
Una sfilza di risultati eccezionali, che secondo Oliver Wyman ha portato negli ultimi cinque anni ad accumulare tra 70 e 120 miliardi di dollari in contanti che ora è il momento di “scegliere come investire”.
In questo segmento di business operano anche soggetti finanziari (banche ed hedge funds) e alcune Major petrolifere, in primis Bp e Shell, storicamente molto attive, e in misura crescente anche Eni, TotalEnergies e altre compagnie.
E poi ci sono le grandi case di trading indipendenti, con circa un quarto dei profitti complessivi, stima lo studio: la già citata Vitol – un big del petrolio, che movimenta ben 7,4 milioni di barili al giorno tra greggio e carburanti – ma anche Glencore, gigante globale sia nel trading che nelle estrazioni minerarie, Trafigura, Gunvor, Mercuria.
Tutte società private (ad eccezione di Glencore, quotata a Londra dal 2011), caratterizzate da un’estrema riservatezza – per non dire scarsa trasparenza – sulle loro attività.
Nel report Oliver Wyman riconosce progressi su quest’ultimo fronte, legati a una recente evoluzione del ruolo dei colossi del trading, che hanno contribuito a “fornire stabilità alle supply chain esistenti e a sostenere quelle emergenti” (ad esempio quella dei minerali critici per le batterie).
Con i governi europei in particolare c’è una collaborazione che sta diventando “più stretta”, per “assicurare la sicurezza energetica e sostenere le nuove catene di valore”.
In Italia – su un modello già sperimentato in Germania – Sace l’anno scorso ha garantito finanziamenti bancari per centinaia di migliaia di euro a favore di Vitol, Trafigura, Gunvor e Mercuria, che in cambio si sono impegnate a facilitare i rifornimenti di Gnl e metalli.
Quanto agli investimenti, Vitol non è l’unica ad aver messo gli occhi sul nostro Paese.
Anche Trafigura possiede una quota di Saras (il 9,6%), oltre ad aver sottoscritto un accordo per rifornire la raffineria Isab di Priolo, dopo il passaggio di proprietà dalla russa Lukoil al fondo cipriota Goi Energy.
Gunvor (attraverso C-Blue Bv) ha il 10% dell’oleodotto Tal, che collega il porto di Trieste con Austria e Germania, mentre Glencore possiede Portovesme Srl, con impianti per la produzione di zinco e piombo in Sardegna.
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