Lo chiama ‘dovere d’ingratitudine’, Guido Raimondi, presidente di sezione della Corte di Cassazione ed ex presidente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Il riferimento è ai magistrati eletti al Csm i quali sono tenuti a essere “ingrati”, cioè a essere indipendenti, rispetto alle autorità che li hanno eletti o nominati.
“Una volta eletto al Csm – spiega Raimondi – un magistrato non può comportarsi come il componente di un organo politico o sindacale, le cui scelte e prese di posizione non possono prescindere, senza conseguenze, dalle determinazioni della centrale politica o sindacale di riferimento.
Il Csm – dice – è un organo di garanzia, posto a presidio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, il che vuol dire che i suoi componenti hanno il dovere, non diversamente dai giudici della Corte costituzionale, di non richiedere e di non accettare istruzioni da alcuno.
Un componente del Csm “eterodiretto” è una bestemmia istituzionale. È dovere di ciascun membro del Csm di seguire nelle sue determinazioni null’altro che scienza e coscienza, al servizio dell’interesse superiore a presidio del quale l’istituzione è posta. Non si può pensare che se il meccanismo di nomina in organo di garanzia è elettivo l’attività dell’organo diventi politica”.
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