Sul Corriere della Sera Goffredo Buccini analizza l’astensionismo delle periferie alle recenti amministrative, spia di un male profondo: “I dimenticati – sottolinea l’editorialista – stanno tornando di moda”.
“Senza strepiti, anzi, con il fragoroso silenzio dell’astensionismo, le periferie si ripropongono all’attenzione della politica da qui alle scadenze elettorali che verranno: un convitato di pietra al desco di chiunque ambisca a guidare il Paese dopo la pandemia e dopo l’esecutivo d’emergenza di Mario Draghi. Si tratta, intendiamoci, di periferie che sarebbe sbagliato identificare solo, o soprattutto, geograficamente. In effetti il voto della tornata amministrativa conferma questa tesi ad abundantiam: perché persino il populismo, dopo il Covid, sembra avere perso di attrattiva, almeno nella forma che abbiamo conosciuto fin qui, seguendo una linea di faglia tra centralità e marginalità che può passare per le estreme borgate romane distanti un’ora e mezza di autobus dal Campidoglio o per i Quartieri Spagnoli di Napoli ad appena pochi minuti dagli scranni comunali di Palazzo San Giacomo e dalle vetrine di Chiaia”.
“La lontananza si misura nell’irrilevanza percepita, nel tasso di disoccupazione, nell’abbandono scolastico, nel tempo richiesto per ottenere la riparazione di un ascensore rotto nelle case di edilizia popolare. La storia non insegna nulla. La più recente sollevazione delle periferie, alla metà degli anni Dieci, è stata innescata dalla crisi finanziaria e poi economica, che ha travolto le piccole certezze del mondo intero (mettendo in ginocchio i più deboli), e dalla crisi dell’accoglienza, che ha acceso lo scontro tra ultimi e penultimi. Quel vento consegnò consenso alle forze che si presentavano come «antisistema». Una commissione parlamentare studiò per un anno le periferie, offrendo indicazioni preziose su come e dove intervenire. Nessuno è intervenuto e, negli ultimi tre anni, tre esecutivi si sono succeduti, il Covid ha ridisegnato la scala delle paure e dei bisogni, le forze antisistema sono diventate di governo e hanno, com’è ovvio, smarrito l’aura ribelle che le circondava. Sostenere, come fa adesso la sinistra riformista, che in posti dove sei italiani su dieci non votano abbia perso il populismo (e dunque vinto la razionalità democratica) è in realtà una tesi avventurosa. Perché la domanda successiva è: quale populismo? Davvero si può star sereni davanti a un distacco così plateale tra chi ha voce e chi no?”.
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