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[L’analisi] Giuseppe Remuzzi (Mario Negri): «Le scuole non sono luoghi del grande contagio. Dobbiamo puntare a immunità ibrida»

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Le scuole contribuiscono poco alla diffusione del virus responsabile della pandemia di Covid-19: lo hanno dimostrato più ricerche, condotte in Paesi diversi, e soprattutto lo indica l’impennata di casi registrata nelle ultime settimane, durante le vacanze natalizie: lo ha detto il direttore dell’Istituto ‘Mario Negri’, Giuseppe Remuzzi, nella trasmissione ‘Mezz’ora in più’ di Rai3. “Le scuole sono più sicure rispetto agli ambienti che sono fuori dalla scuola. Per esempio, finora i ragazzi si sono incontrati in ambienti diversi dalla scuola – ha detto l’esperto riferendosi alle vacanze di Natale – e hanno fatto feste e Capodanno in ambienti certamente chiusi, con attenzioni molto minori di quelle che avranno a scuola”. 

Remuzzi ha quindi citato gli studi finora condotti su questo tema in Canada, Stati Uniti e in Giappone,: “convergono nell’indicare che la scuola contribuisce molto poco alla trasmissione del virus. Del resto, tutti abbiamo potuto verificare una circostanza interessante: nonostante le scuole fossero chiuse in questi ultimi 15-20 giorni, la moltiplicazione dei casi di infezione è stata straordinaria. Quindi è probabile che la scuola contribuisca molto poco. Le norme differenziate per fasce d’età che corrispondono a percentuali di persone vaccinate a me sembrano molto ragionevoli e corrette”. 

“Non c’è una verità assoluta” riguardo al raggiungimento dell’immunità di gregge e “credo che, se vogliamo parlare di tempi, dobbiamo tener conto che dovremo prendere delle precauzioni almeno per un paio di anni”. Riferendosi al termine del 2024 individuato tempo fa in una ricerca pubblicata sulla rivista Nature, Remuzzi si è detto “convinto che, più ci avviciniamo e più ci rendiamo conto che quella previsione era probabilmente realistica”.

Secondo Remuzzi ci sono al momento tanti fattori da considerare e che potrebbero far pendere la bilancia dalla parte di chi dice che bisogna stare attenti, senza adottare misure eccessive, o dalla parte di chi ritiene che misure rigide siano necessarie ancora per molto tempo: “sostanzialmente hanno ragione tutti e due perché, se le cose andranno in un certo modo, è vero che potremmo raggiungere un’immunità del 95%”, tuttavia perché sia un’immunità di gregge “bisognerebbe essere certi che il virus non muterà più e che non abbiamo contatti con persone che vengono da altri Paesi”; se invece “Omicron riuscisse a vincere la corsa contro le altre varianti, allora si aprirebbe qualche prospettiva: se non all’immunità di gregge, si potrebbe pensare di arrivare almeno all’immunità di una parte sostanziale della popolazione”.

Un obiettivo al quale, secondo l’esperto, si arriva attraverso tre vie: i vaccini, considerando che per proteggersi da Omicron è necessaria la terza dose; l’immunità di chi si è ammalato e quella di chi si è ammalato e vaccinato. Quest’ultima è un’immunità ibrida perché offre il vantaggio di avere gli anticorpi contro tutte le proteine del virus. C’è infine una rara immunità preesistente, emerso dalle ricerche condotte in Olanda sul sangue dei donatori.

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