Condivisibile la posizione di Draghi sulla riforma fiscale, così com’è auspicabile una revisione dell’Iva, che frenerebbe l’evasione di questa imposta. Così l’economista Giuseppe Di Taranto, ordinario di Storia dell’Economia e dell’Impresa alla Luiss “Guido Carli”, intervistato dall’Adnkronos.
A proposito dell’Iva, Di Taranto osserva. «Servirebbe un sistema come quello statunitense che consentisse di scaricare dalle tasse ciò che si paga, quindi io consumatore ho interesse a ricevere una fattura perché ne scarico la spesa. L’Iva è uno di quei balzelli fortemente voluti proprio dalla Commissione Ue perché una piccola percentuale dell’imposizione va all’Unione, tant’è che quando si parla allentare la tassazione, Bruxelles non tocca mai l’Iva».
Un tema scivoloso, per cui l’economista mette in guardia. «Il discorso sull’Iva è delicato, abbiamo 3 aliquote ed a volte, quando si pensa di non colpire i più poveri, in realtà li si colpisce agendo su altri punti. Prendiamo il pane, prodotto di larghissimo consumo: ha un’Iva bassissima al 4%, la più bassa che c’è. Ma se alziamo l’aliquota Iva sui trasporti, anche il pane – bene di prima necessità – rischia così di venirne colpito».
Di Taranto poi si è soffermato sulle novità scelte da Draghi, come la «denominazione ministero della Transizione Digitale» che «risponde alla strategia prevista per il Recovery Fund». «Un ministero come questo esiste in altre nazioni – come la Francia – ed era opportuno farlo anche in Italia visto che uno degli obiettivi principali del Recovery Plan è proprio la digitalizzazione».
Secondo il docente di Storia dell’economia e dell’impresa alla Luiss “Guido Carli”, sarà importante abbracciare le policy per accedere al Recovery Fund. «La digitalizzazione è una policy fondamentale nell’ottica dei Recovery Fund come lo è la green economy, la Transizione Ecologica. Noi non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo condizionalità dall’Ue per avere i fondi Next Generation Eu e per me condizionalità sono positive» perché guardano anche «all’inclusione sociale e alla creazione di nuovi posti lavoro».
L’Italia, come ricorda Di Taranto, è fanalino di coda dell’Italia negli indici di digitalizzazione europei. «La digitalizzazione creerà molti nuovi posti di lavoro come la green economy dalla quale è stato stimato che scaturiranno ben 16 milioni di nuovi posti. Anche sul digitale si apriranno milioni di nuove posizioni in tutti i settori che lo usano». Posti da creare e su cui bisogna spingere, alimentando appunto le competenze digitali.
Di Taranto ricorda infatti che proprio la Commissione Europea ha infatti rilevato da tempo «una carenza in Europa di personale dotato di competenze digitali sufficienti per occupare i posti di lavoro vacanti in tutti i settori, con la conseguenza». Come afferma il docente già oggi, Bruxelles stima manchino «fino a 750.000 professionisti qualificati solo nelle imprese dell’Ict». Al tempo stesso, la Commissione Europea ha rilevato che «la disoccupazione fra i giovani europei di età compresa tra 15 e 24 anni è pari a circa il 20% nell’Ue, ma pari al 29% in Italia. Più di un terzo della forza lavoro e, più in generale, circa il 45% dei cittadini europei, possiede solo competenze digitali di base» conclude l’economista.
Per saperne di più:

Rinnovabili, il prezzo dell'inazione: perché frenare la transizione costa all'Italia più che acceler...

Innovazione, la sfida europea è trasformare la ricerca in industria | La proposta di Maurizio Casasc...

Paolo Savona, economista: “La lezione del '29 vale per l'intelligenza artificiale. Senza regole comu...

Giovani e disuguaglianze, perché il welfare deve ripartire dalla cultura: prevenire il disagio e dar...

Logistica e innovazione, Antonio Brunacci: serve un ecosistema integrato per rendere più competitivo...






