L’Europa ha deciso di mobilitare 750 miliardi di euro per il Recovery Fund e di assegnarne 173 all’Italia. Questa è un’opportunità di cambiamento e di rinascita per il Paese che non può essere lasciata scappare.
Parte da questa premessa l’intervento di Giorgio Ventre sulle pagine di Il Foglio del 31 maggio scorso. Il nuovo progetto di sviluppo che ne può nascere deve partire dalle contraddizioni e dalle criticità di quello preesistente, che erano presenti ben prima di Codogno e che la pandemia ha solo fatto emergere.
I punti di criticità
«Partiamo da un primo punto: il nostro attuale modello di sviluppo è esageratamente nord centrico». L’aver concentrato la maggior parte delle attività produttive nell’area della Pianura Padana ha reso il nostro sistema praticamente immobile ed estremamente debole. «Siamo di fronte al paradosso di avere il motore dell’economia italiana messo in condizione di funzionare solo a “bassi regimi” e quindi di non poter crescere, come ampiamente dimostrato dal nostro Pil di questi ultimi anni».
Il secondo punto di criticità del nostro modello di sviluppo è legato a due fattori: «la limitata propensione all’innovazione e l’eccessiva dipendenza di buona parte delle imprese dai grandi poli di sviluppo industriale europei e dalla Germania in particolare». E sono tra di loro interconnessi: «molte, troppe imprese innovano poco non perché sono piccole ma perché non accedono direttamente al Mercato in quanto sono essenzialmente dei produttori di componenti per i mega poli industriali». Molto imprese sono quindi solo una piccola parte in una filiera dove il controllo è molto rigido e l’innovazione viene fatta da altri.
Ci sono importanti eccezioni a questo, come la filiera della moda o dell’agroalimentare, ma anche quelle dell’aerospazio/difesa, della cantieristica, dell’automotive o dell’energia, «che stanno raccogliendo tutte le opportunità legate ai nuovi materiali connessi alla sostenibilità e alla trasformazione digitale».
Il terzo fattore, non meno importante dei precedenti, è «l’arretratezza culturale ed operativa della macchina di governo del Paese, sia a livello centrale che periferico». Sembra essersi ormai diffusa in tutti i livelli amministrativi una “sclerosi” manageriale e progettuale che ha portato il Governo a far crescere esponenzialmente le task force per far arrivare nuove istanze e competenze a supporto della lotta contro la crisi. «Uno Stato che non capisce l’innovazione, in nessuna delle sue forme, è uno stato che non capisce come migliorarsi, che non progetta nuovi servizi e che, peggio ancora, non compra innovazione».
Il nuovo modello di Sviluppo
Per porre le basi per un nuovo modello di sviluppo «occorre cominciare davvero a ricordare che l’Italia è fatta di 8000 Comuni, tutti in grado di offrire qualcosa al Paese». Quella che serve è allora una rete capillare di infrastrutture in grado di collegare tra di loro queste realtà: «alta velocità-alta capacità, una rete stradale “smart”, banda ultra larga e reti mobili di nuova generazione, senza dimenticare il ruolo essenziale di porti e aeroporti per chi come noi vuole essere una porta d’ingresso verso l’Europa».
Occorre inoltre «rafforzare le nostre infrastrutture “immateriali”, a partire dalle competenze e quindi dalla Scuola e dall’Università, rafforzando il sistema educativo nel Sud Italia con un occhio ai laboratori e alle dotazioni, ma soprattutto investendo sui docenti». Non solo, ma «diamo forza al sistema della ricerca e della innovazione e facciamo del Mezzogiorno il laboratorio d’Italia, puntando su Tecnologie Green e Digitali, per non ripetere lo stesso errore di legare necessariamente lo sviluppo all’inquinamento».
È importante premiare concretamente e rapidamente le imprese che decidono di crescere in territori sotto-utilizzati, per dare delle vere speranze di lavoro ai nostri giovani ovunque essi siano nati.
Infine «investiamo nella semplificazione e nella modernizzazione dello Stato in tutte le sue funzioni. La sanità, ovviamente, perché quanto abbiamo vissuto non sia stato inutile. Ma anche nei servizi alle imprese ed ai cittadini, nella sicurezza, nel welfare. Abbiamo di fronte a noi un’incredibile opportunità, una chance per ripartire che non può e non deve essere sciupata. E che dubito ci sarà offerta di nuovo».
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