Francesco Riccardi, su Avvenire, si chiede di cosa avranno parlato, lunedì e martedì, i presidenti delle Regioni in videoconferenza con i rappresentanti del Governo. Forse dell’ottobre appena concluso, il più caldo di sempre, o più probabilmente delle partite di domenica.
Devono essersi dimenticati, invece, di discutere dei criteri sanitari e dei dati in base ai quali i diversi territori sono stati poi classificati in tre fasce per l’applicazione di chiusure graduali di attività. Non devono aver neppure sfiorato l’argomento, altrimenti non sarebbero caduti dal pero come invece è avvenuto per molti di loro tra mercoledì sera e giovedì mattina.
Ieri, infatti – in particolare in Regioni fuori rosse di Covid, ma dentro blu per la guida di centrodestra – è stato tutto un coro di “io non sapevo, io non capisco, io non volevo” per contestare il lockdown imposto dal Ministero della Salute. Come se non fossero le Regioni stesse a comunicare i dati dei contagi, della situazione negli ospedali e di tutti i 21 indicatori che vengono analizzati dalla cabina di regia a livello nazionale.
Neppure vale l’obiezione che il Cts e il Governo abbiano basato le loro valutazioni su «dati vecchi di 10 giorni», come hanno ripetuto gli amministratori della Lombardia. Anzitutto, perché le analisi vengono effettuate su tendenze almeno settimanali. E in secondo luogo, perché negli ultimi giorni nessuno ha notato dei significativi miglioramenti della situazione in Lombardia e in particolare a Milano, ma al contrario si sono susseguiti allarmi sempre più alti e gravi da parte di medici, strutture ospedaliere e responsabili delle Ats.
Dunque, per cortesia, almeno si eviti di prendere in giro i cittadini – e in particolare gli imprenditori grandi e piccoli che stanno soffrendo di più per la serrata delle attività – dicendosi stupiti per le scelte del Governo sul lockdown
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