Sul Corriere della Sera del 23 giugno Roberto Gressi intervista Fausto Bertinotti, nato a Milano nel 1940, quartiere Precotto. Padre Enrico, macchinista ferroviere, socialista di cultura anarchica, anticlericale. Madre Rosa, casalinga, cattolica. Un fratello, Ferruccio, anche lui ferroviere. La moglie Gabriella, Lella, sposata quando lei aveva diciotto anni. Un figlio, Duccio, in onore di Galimberti, assassinato dai fascisti nel ‘44. Il sindacato, le lotte operaie, la politica, lo scontro con Prodi, la presidenza della Camera. Più che quella di presidente ama la definizione di segretario, figlia degli anni alla guida della Cgil del Piemonte, perché dà più il segno del collettivo. Segretario, che ricordi ha della sua infanzia? «Tanti e potenti. La guerra, le sirene, i bombardamenti. Mio padre che ci porta al riparo giocando e cercando di farmi ridere. Mia madre garanzia della nostra sicurezza».
Un diploma da perito elettronico, preso in ritardo. «Scuole a Milano e Novara. Studi tecnici, per poter lavorare presto. Non li amavo, non ero adatto. Tanto tempo in biblioteca e poco in classe». Poi l’amore con Gabriella, compagna di una vita. «Fu subito Lella, per supplire alla mia erre blesa, poi Lella per tutti. Ci unì la politica, la musica impegnata, la rivista Cinema nuovo di Guido Aristarco. Bergman, Eisenstein, sì il regista della corazzata Potëmkin, Lang, il neorealismo». Il matrimonio. In chiesa, per volere della madre di lei. «Era minorenne, serviva il sì dei genitori. Celebrò il mio insegnante di religione. Colto, raffinatissimo, con lui discussioni infinite. Un sacerdote molto importante nella mia formazione».
Che rapporto con la fede? «È in continua evoluzione. La ricerca permanente di un rapporto, anche se mai tentato dalla conversione. La mia è la generazione del Concilio vaticano II, gli uomini di buona volontà, il no allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Il parroco della chiesa di Sant’Eustachio a Roma mi volle all’inaugurazione del presepe. Dissi che mi pareva troppo per un non credente, mi definì “diversamente credente”. E in fondo anche il socialismo è una fede». Un figlio di nome Duccio, come Galimberti. Che padre è stato? «Quel nome, un piccolo gesto per “riparare al torto”, come recita la canzone. Non sono stato un padre assente, semmai, e magari è un difetto, più un amico o un fratello maggiore. Trovo difficile esercitare l’autorità, di questo sono colpevole».
Anche suo fratello Ferruccio ferroviere, per lei invece la politica. Come mai? «La politica la respiravo in casa, una famiglia di intellettuali di strada. Mio padre lo vedo chino ascoltare Radio Londra, ospitare di nascosto un partigiano, sono sulle sue spalle ad ascoltare Pietro Nenni, con il suo basco, in una piazza del Duomo gremita, alla vigilia della sconfitta del Fronte popolare, nel ‘48».
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