La ministra della Pubblica Amministrazione Fabiana Dadone bacchetta i sindacati che contestano il suo nuovo decreto sullo smart working e per questo hanno già proclamato una mobilitazione nei ministeri.
«Lo sciopero? Non ho remore a definire abnorme la scelta dei sindacati – afferma la ministra in un’intervista a Paolo Baroni della Stampa -. Noi dobbiamo evitare un nuovo lockdown generalizzato e tenere insieme la tutela della salute con l’erogazione dei servizi a cittadini e imprese. Uno sciopero in piena pandemia, e con la necessità per la Pa di supportare la ripresa del Paese, potrebbe apparire davvero poco giustificabile».
I sindacati sostengono che mette in discussione la contrattazione. «La contrattazione non viene intaccata dal decreto e non mi sognerei mai di farlo. Ci sono esigenze organizzative collegate all’emergenza pandemica che richiedono una risposta rapida per tutelare la salute e assicurare i servizi. Non c’era tempo per un accordo quadro ad hoc, è evidente».
Lei fissa una soglia minima del 50% invitando chi può a fare di più. Ma da metà ottobre lo smart working non era già al 50%? Cosa cambia? «Si trattava di una percentuale secca e da metà settembre. Con il Dpcm del 13 ottobre invece abbiamo specificato che si tratta di una soglia minima che ciascuna amministrazione può aumentare in base alle proprie peculiarità: attività, capacità organizzative, requisiti tecnologici. Ci saranno enti capaci di arrivare persino all’80-90% ed enti che dovranno ancora implementare strumenti e procedure ‘agili’».
I sindacati lamentano anche le scarse risorse per il rinnovo del contratto. «E’ una dote nettamente superiore rispetto alla precedente tornata». Anche le imprese protestano: temono che un ritorno del lavoro da casa paralizzi la Pa.
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