Non c’è crisi economica, già trascorsa o contemporanea, in cui gli investimenti pubblici non abbiano avuto un ruolo cruciale per stimolare la crescita, creare posti di lavoro e fungere da catalizzatore anche per gli investimenti privati. La storia ci insegna che spendere circa 1 milione di euro in infrastrutture, significa creare dai due agli otto nuovi posti di lavoro, mentre tra i cinque e i 15 se la stessa cifra si concentra anche sulla spesa per ricerca e sviluppo.
Lo sanno bene i governi della Francia e degli Stati Uniti che, in media, hanno previsto di investire risorse pubbliche pari al 3,8% e il 3,3% del Pil sino al 2022, seguiti dalla sola Germania che si attesta al 2,8% del suo prodotto interno lordo. È quanto sostiene la FABI (Federazione Autonoma Bancari Italiani) nel dossier ”Prestiti e aiuti pubblici, la risposta in Europa e in Usa”, secondo il quale l’andamento degli investimenti sarà più lento in Italia, dove si prevede un modesto 2,7% del Pil pre-pandemia.
Resta da sperare che l’Italia, fanalino di coda assieme alla Spagna, ripensi al suo ”moltiplicatore fiscale” per i prossimi due anni e raggiunga il giusto equilibrio tra tempi di realizzazione – sempre molto lunghi – e settori di intervento. Mantenere la qualità dei progetti di investimento sarà essenziale, sottolinea la FABI, ma ancor di più assicurarne la realizzazione perché, se dalle crisi nascono nuove e sfidanti opportunità, è necessario saperle afferrare.








