L’emergenza economica diviene emergenza lavorativa, con rischio di dissesto sociale

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La crisi sanitaria, economica e sociale che ha investito da un anno a questa parte l’economia mondiale, è prima di tutto una crisi sistemica planetaria, che non si esaurirà con la fine dell’emergenza sanitaria, ma che potrebbe determinare i suoi effetti e le ripercussioni, su un orizzonte di lungo periodo su tutte le Nazioni, sulla popolazione mondiale, e, in generale, sul contesto economico globale.

L’ampiezza, la complessità e la gravità di questa crisi mondiale, non può essere quindi affrontata e governata adottando soluzioni o approcci tradizionali, ma richiede un mindset non convenzionale, con l’obiettivo di ripensare il futuro, in termini di ecosistema socio-economico, riprogettando nuovi modelli di business e definendo innovative modalità di tutela del contesto produttivo, professionale e lavorativo.

Le stime del Documento di Economia e Finanza stilato dal Mef per l’anno 2020 e le Analisi fornite da Istat nel confronto 2019 – 2020, consentono di rappresentare in modo incontrovertibile, la reale gravità dell’impatto sociale ed economico causato dal perdurare dell’emergenza Covid-19 in Italia.

L’incidenza di posizioni lavorative a rischio appare estremamente drammatica in diversi settori economici con rischi occupazionali attestantisi nei settori: ristorazione e hotellerie (75%) spettacolo, arte e intrattenimento (50%); commercio (45%), servizi (33%), e manifatturiero (20%) con un PIL reale nazionale che ha registrato nel 2020 un decremento del 9,5%.

L’emergenza economica diviene emergenza lavorativa da monitorare e prevenire prima che sfoci nel dissesto sociale.

E mentre sono al vaglio dei tecnici ministeriali i piani di rilancio nei diversi settori, sul fronte delle riforme (amministrative, giudiziarie, digitali e sanitarie) quali quelle di portata storica che ci vengono richieste dalla Commissione Europea a fronte dell’erogazione dei fondi che saranno erogati dal Recovery plan, è opportuno rappresentare come il tema della digitalizzazione, sia un pilastro fondamentale per il rilancio occupazionale nel nostro Paese.

Le principali società di ricerca e selezione del personale in Italia, forniscono un dato inequivocabile: più del 62% dei profili professionali ricercati nel mercato del lavoro debbono necessariamente includere strutturate e qualificate competenze digitali. Competenze che interessano trasversalmente tutti i profili professionali, dai massimi livelli di dirigenza a ruoli professionali più operativi.

Le dichiarazioni del nuovo Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao, in audizione sul Piano nazionale di ripresa e resilienza, ribadiscono la necessità di accelerare l’attuazione del nuovo Piano di digitalizzazione del Paese, proprio a fronte di una storica arretratezza digitale in Italia, per garantire innanzitutto una copertura complessiva dell’intero territorio, con almeno una banda da 1GB, entro il 2025.

Un prerequisito che parrebbe prospetticamente idealistico, quindi, per il rilancio occupazionale, in ragione di quanto sopra esposto, e persino temporalmente in anticipo con i nuovi obiettivi stabiliti dalla Commissione Europea per la spesa dei 40 miliardi di euro destinati appunto alla riforma digitale.

Nuove frontiere di velocità di connessione, dunque, in un Paese che, però, a ben analizzare, non sembra soffrire, rispetto alla media europea, di un digital divide particolarmente marcato (e il Ministro, da ex Amministratore delegato di Vodafone, dovrebbe avere oggettiva contezza della questione).

Se un vero e profondo ritardo si può oggettivamente registrare, non pare risiedere, a mio giudizio, nelle infrastrutture di comunicazione, quanto piuttosto nella bassa richiesta di accesso alle stesse. Tanto nelle piccole realtà, quanto nelle grandi città, la copertura esiste, in maniera più o meno sufficiente.

Piuttosto, pare non emergere un reale fabbisogno specifico che spinga l’utenza al passaggio verso reti e connessioni più veloci di quanto in effetti siano viceversa sufficienti per le proprie esigenze di impiego e tempo libero.

Questo aspetto riconferma quindi che fibra e 5G non siano gli unici elementi sufficienti al rilancio.

La questione viceversa risiede, piuttosto, nell’utilizzo che si fa della rete: le Pubbliche Amministrazioni sono ancora molto indietro con la fornitura di servizi pubblici digitalizzati ai cittadini; troppe poche imprese si avvalgono degli strumenti digitali per ampliare il commercio e la comunicazione dei propri servizi, ma soprattutto le competenze personali digitali diffuse sono ancora scarse se non, spesso, inesistenti, tanto nel settore pubblico quanto in quello privato.

Ben venga, dunque,  che sia valorizzata, con ancor più vigore e determinazione, quella che il Ministro ha indicato quale ultima misura della componente digitalizzazione, rivolta direttamente alla cittadinanza, per l’acquisizione delle competenze informatiche di base.

Investiamo nel capitale umano, ancor prima che nell’infrastruttura tecnica.

Agevoliamo, ma soprattutto rafforziamo, un piano di alfabetizzazione digitale della popolazione, dagli individui in età scolare fino agli over 50, che miri ad indirizzare percorsi formativi concretamente e immediatamente utilizzabili sul mercato del lavoro odierno e che garantisca l’acquisizione strutturata di competenze realmente spendibili e necessarie anche alle imprese che oggi si trovano ad affrontare un mercato ancora più competitivo e che costituiscono l’asset produttivo primario del nostro Paese.

Questo cambiamento di paradigma deve essere in primis culturale, secondo il modello della “Skills Revolution”: competenze specifiche in risposta alla diffusione del digitale delle cose (Internet of things), del poderoso incremento di informazioni e di dati (Big Data), oltre che alla disintermediazione digitale che costituisce un elemento di forte competizione nell’interazione diretta tra domanda e offerta.

Perché su questo, più che sulla connettività, siamo davvero tra gli ultimi in Europa ed è questa sicuramente la più ardua ma appassionante sfida, alla base delle prospettive di rilancio del nostro Paese.

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