«La riforma fallimentare, che oggi tutti noi conosciamo come Codice della Crisi di Impresa e dell’Insolvenza, può considerarsi a pieno titolo una delle più importanti riforme degli ultimi anni in quanto incide su uno snodo cruciale della regolamentazione economica». Il pensiero è firmato Emanuele Orsini, vicepresidente per il credito, la finanza e il fisco di Confindustria, che giudica buona la riforma pronta a entrare in vigore, ma che stona con la situazione attuale: con il numero dei fallimenti che con la crisi Covid, «potrebbe aumentare di circa 6.500 casi, quasi il 60 per cento di quelli registrati nel 2019».
«Credo che l’imminente entrata in vigore del Codice prevista per il prossimo primo settembre, desti molte perplessità. La riforma, infatti, è stata pensata per gestire le crisi aziendali quale fase fisiologica del ciclo di vita di un’impresa. Ora però dobbiamo dire che, non è compatibile con gli effetti che la pandemia sta arrecando al tessuto economico del Paese», continua Orsini, intervenuto durante il webinar “Gli strumenti di allerta e la crisi di impresa post Covid-19: effetti, soluzioni e prospettive”, organizzato dalla delegazione di Caltanissetta di Sicindustria.
La preoccupazione principale di Confindustria è l’entrata in vigore degli strumenti di allerta, che se entrassero in vigore come previsto, applicherebbero gli indici della crisi ai bilanci del 2020, quindi bilanci fortemente penalizzati dalla crisi pandemica. Per questo motivo, come stimato sempre da Banca d’Italia, le imprese che dovrebbero essere segnalate agli organi competenti salirebbero a circa 13.000. Il rischio, allora, è che gli strumenti di allerta, pensati per facilitare la rapida gestione della crisi aziendale, si trasformino in un boomerang negativo. «Riteniamo necessario differire la prossima entrata in vigore della riforma o quantomeno degli strumenti di allerta, che ne rappresentano la principale novità», conclude Orsini.








