Quando nel dicembre scorso – ricorda sul Corriere della Sera Federico Fubini – i ministri finanziari dell’Unione europea negoziarono le nuove regole di debito e deficit, ciascuno di loro aveva sotto gli occhi un foglio.
La Commissione europea lo aveva distribuito a tutti.
In quel documento, i tecnici di Bruxelles avevano fatto il conto delle dimensioni della manovra di bilancio che si sarebbe resa necessaria in ciascuna delle capitali per rispettare le nuove regole.
È un po’ difficile dunque sostenere oggi che un governo non sarebbe in grado di indicare i suoi obiettivi di finanza pubblica, perché si è in attesa di ricevere indicazioni da Bruxelles.
Se lo si volesse fare, si potrebbe.
La direzione di marcia e le grandezze di bilancio, almeno quelle, sono infatti note: l’Italia entrerà in giugno in una procedura europea per deficit eccessivo ed essa prevede che il Paese riduca il suo deficit pubblico «strutturale» — al netto delle oscillazioni dell’economia e delle misure di breve durata — di circa lo 0,3% del prodotto lordo all’anno.
Il fatto che oggi in Europa si accetti l’aumento di alcune spese togliendolo dal computo — per esempio per la difesa — fa sì che il vincolo non sia molto stringente.
In sostanza, in base alle richieste europee sul deficit, il governo deve trovare sei miliardi di solidi risparmi nella prossima legge di bilancio.
In questo momento dunque non siamo sottoposti a diktat europei o dei mercati.
Non siamo sospettati di falsificare i conti o di nascondere chissà quali mance elettorali.
Né incombe su di noi un conto alla rovescia dall’esterno del Paese.
Il problema è tutto il resto: non il rapporto dell’Italia con Bruxelles o con la City di Londra, ma con sé stessa.
Più difficile che trovare i sei miliardi di risparmi previsti dal nuovo Patto di stabilità sarà infatti trovare, in parallelo, i 19 miliardi che servono per riconfermare tutti gli sgravi fiscali e contributivi che per ora sono stati decisi e finanziati per il solo 2024.
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