Se si prendesse come riferimento quello che l’Ue è riuscita a fare dallo scoppio della pandemia a oggi, ci sarebbe di che essere ottimisti.
Gestione comune dei vaccini, NextGenerationEu per 800 miliardi di euro, consenso senza precedenti sull’Ucraina (e sulle sanzioni alla Russia), deroghe alle regole della concorrenza, sospensione del Patto di stabilità e crescita e una serie di proposte per percorrere il sentiero della transizione verde e digitale.
In poche parole: uno scatto da centometrista che è stato una bella sorpresa rispetto all’immobilismo del decennio precedente’.
È quanto sostiene Antonio Villafranca, director of Studies and Co-Head, Europe and Global Governance Centre dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) nel dossier ‘Il mondo nel 2024 – La grande frammentazione’, sottolineando che ‘quando i cigni neri, dalla pandemia all’Ucraina, si sono presentati, l’Ue ha ripreso vigore confermando così l’adagio secondo cui ‘non bisogna mai sprecare una buona crisi’.
Ma se restringiamo il campo all’ultimo anno e, soprattutto, guardiamo alle prospettive di un’Europa che va alle elezioni nel 2024 in un quadro internazionale (e interno) incandescente, lo scatto verrà mantenuto?’ ‘Basta mettere in fila le sfide odierne sul piano economico e geopolitico per rendersi conto che, oltre l’apparenza, la realtà è quella di una crescente stanchezza dopo lo slancio degli anni scorsi.
Iniziando dal conflitto tra Israele e Hamas, il Consiglio europeo, all’apparenza, ha mostrato unità il 27 ottobre quando ha chiesto ‘pause e corridoi umanitari’.
Ma proprio lo stesso giorno i governi europei votavano alle Nazioni Unite la risoluzione sulla tregua umanitaria.
Otto Paesi Ue hanno votato a favore (tra cui Francia e Spagna), 4 contro (Austria, Croazia, Repubblica Ceca e Ungheria) e 15 (tra cui l’Italia) si sono astenuti.
Un plastico esempio di disunità dietro l’apparente unità delle dichiarazioni del Consiglio’, ha aggiunto, spiegando che ‘la stessa (apparente) unità la si riscontra sulla madre di tutte le sfide geopolitiche per l’Europa: l’Ucraina.
Il Consiglio europeo ha dato il via libera all’avvio dei negoziati di adesione con l’Ucraina.
Zelensky può gioire per una decisione che ha un alto valore simbolico e politico.
Il messaggio (soprattutto a Putin) è chiaro: il futuro dell’Ucraina è dentro l’Ue.
Ma si tratta di un generico futuro che di certo non sarà quello più prossimo principalmente per due motivi’.
‘Primo: i negoziati di adesione dureranno anni e saranno tutt’altro che facili.
Basti pensare – ha proseguito Villafranca – a cosa emergerà quando si inizierà a negoziare su corruzione (su cui bisogna però riconoscere che l’Ucraina ha già fatto alcuni passi avanti), stato di diritto, regole di mercato.
Per capire quanto la negoziazione sarà difficile e tendenzialmente sine die, basta chiedere alla decina di Paesi, soprattutto dei Balcani, che aspettano da (troppi) anni di aderire all’Unione.
Difficile, se non impossibile, immaginare una corsia preferenziale per l’Ucraina mentre nei Balcani si continua ad attendere.
La realtà dietro l’apparenza è quella di una Unione che non ha idea di come possa funzionare con 30 e più Paesi’.
Il secondo motivo, ha aggiunto, ‘perché il futuro risulti quanto meno incerto per l’Ucraina riguarda il supporto finanziario e militare.
In questo caso sarebbe facile trincerarsi dietro la solita Ungheria di Orban che mette il veto sui 50 miliardi di aiuti promessi all’Ucraina.
Probabilmente una soluzione si troverà nei primi mesi del 2024 con un compromesso che sblocchi i 20 miliardi circa che sono ancora congelati per Budapest.
Se questo non bastasse, o non accadesse, gli aiuti potrebbero essere concessi fuori dal contesto comunitario con buona pace di Orban.
Ma appunto, oltre a Orban, quello che rimane è una certa stanchezza sul conflitto in Ucraina che serpeggia tra le cancellerie europee.
Una stanchezza aggravata da quella degli Stati Uniti che non sbloccano ancora i loro nuovi aiuti a Kiev e che sono alle prese con delle elezioni che rischiano di essere molto più al vetriolo di quelle europee’.
‘Il 2024 non potrà che enfatizzare questa stanchezza dell’Ue perché la sua ‘bussola strategica’ è solo apparentemente solida e non scioglie quesiti di fondo sulla politica estera e di sicurezza comune.
Un esempio: come gioire del fatto che un ‘esercito europeo’ verrà creato entro il 2025 ‘forte’ di 5.000 soldati?
Basti ricordare che quando Putin accerchiava l’Ucraina appena prima dell’invasione lo faceva con circa 190.000 soldati.
Ancora una volta, dietro l’apparenza c’è una realtà opaca in cui la sicurezza continua sostanzialmente a essere relegata alla Nato.
Per non parlare della questione delle migrazioni su cui l’immobilismo e le fratture intra-europee sono ormai croniche.
Certo dopo anni è stato trovato un accordo sul Patto Migrazioni e Asilo, ma questo non procede a un cambio di passo radicale nella gestione comune delle migrazioni’, ha sottolineato l’analista.
Secondo Villafranca, ‘la tensione tra apparenza e realtà è ravvisabile anche sul piano economico.
Sulla riforma del Patto di Stabilità e Crescita le spaccature tra il Nord Europa e il Sud (Francia inclusa) sono state evidenti.
Ma alla fine, quasi in extremis, il Consiglio è riuscito a trovare un compromesso unanime.
Allo stesso modo è probabile che si trovi a breve la quadra sulle risorse extra (poco più di 20 mld) da assegnare al bilancio Ue fino al 2027.
Ma le fratture tra i Paesi europei sono profonde e molto probabilmente rimarranno tali nel 2024.
La prima riguarda ancora le finanze pubbliche in chiave prospettica e strategica, malgrado la buona notizia dell’accordo sul Patto.
I soldi del NextGenerationEu andranno spesi entro il 2026, poi si dovrebbe tornare ai soli fondi attinti dal bilancio Ue.
In pratica significa tornare a -1.000 miliardi di euro in 7 anni contro gli oltre 2.000 miliardi di oggi come se a uno Stato si tagliasse quasi a metà il bilancio da un anno all’altro.
Eppure, i ‘frugali’ non vogliono sentir parlare di un nuovo NextGenerationEu’.
‘Ancora una volta di fronte all’apparente unità legata alla riforma del Patto e all’auspicato sblocco dei fondi extra per il bilancio Ue, la realtà rischia di essere quella di una mancanza di visione complessiva sul futuro dell’economia europea.
E non aiutano in questo senso le altre misure in campo economico approvate negli ultimi anni dall’Ue o le recenti ambiziose proposte di politica industriale e commerciale.
Nel primo caso spiccano gli aiuti di stato che dalla pandemia a oggi sono aumentati di oltre sette volte.
Il problema è che Germania e Francia, da sole, hanno rappresentato circa il 77% di questi aiuti nel 2022 ponendo così un serissimo problema di concorrenza rispetto alle imprese di altri Paesi (come l’Italia) che non possono contare su una proporzionale capacità di spesa’, ha aggiunto.
‘Se dietro l’apparente unità europea, in campo politico ed economico, si celano le fratture tra i Paesi membri, il rischio è quello del ritorno all’immobilismo pre-pandemia.
Un rischio concreto almeno fino alle elezioni europee di maggio, anzi almeno fino all’entrata in carica dei nuovi vertici europei nell’autunno del 2024.
Probabilmente nei primi mesi del 2024 si penderanno solo le decisioni più urgenti (aiuti all’Ucraina, accordo con il Parlamento Ue sulla riforma del Patto di stabilità, nuove risorse per il bilancio Ue) ma procedendo a decisioni a compartimenti stagni.
Decisioni che daranno una parvenza di unità di intenti, ma in un’ottica necessariamente a breve termine, che rischia di non tenere sufficientemente in conto il quadro più ampio e strategico’, ha aggiunto Villafranca, sottolineando che ‘verrebbe quasi da suggerire che l’Unione non dovrà sprecare una nuova ‘buona’ crisi di domani per procedere in questo percorso.
Ma dover attendere un nuovo ‘cigno nero’ sarebbe una prospettiva pericolosa.
Tanto più che altri grandi del mondo, nel frattempo, si permettono scatti e velocità per noi ancora irraggiungibili’.
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