Marta Dassù su Repubblica parla dei nuovi piani della Cina che, scrive, “dopo gli anni di isolamento del Covid, si rilancia sulla scena globale.
Con un bilancio della difesa in forte crescita (7% nel 2023) e attraverso un protagonismo diplomatico senza molti precedenti nella storia della Repubblica popolare.
Non è tanto il finto-piano di pace sull’Ucraina (con le tappe annunciate la prossima settimana: visita di Xi Jinping a Putin e prima telefonata a Zelensky).
In questo caso, la realtà è che Pechino ha interesse a una guerra protratta, che tenga gli Stati Uniti impegnati sul fronte europeo e che dreni risorse economiche e militari dal fronte indo-pacifico e dal vero, possibile teatro di scontro, Taiwan.
È piuttosto quello è accaduto in Medio Oriente pochi giorni fa.
Pechino – osserva l’editorialista – ha mediato la ripresa dei rapporti diplomatici fra Riyad e Teheran, dopo 7 anni in cui la potenza sunnita, l’Arabia Saudita, e la protagonista dell’universo sciita, l’Iran, avevano rotto le relazioni.
La “guerra fredda 2.0” si gioca sul predominio tecnologico. E sulla tenuta delle alleanze: i nuovi formati asiatici sponsorizzati da Washington (Quad e Aukus) e i rapporti con gli europei, coinvolti nel bando dell’esportazione di tecnologia sensibile a Pechino.
L’importanza cruciale di Taiwan nel confronto Usa-Cina – prosegue Dassù – dipende anche da questo, dal peso dominante di Taipei nella produzione di semi-conduttori.
Pechino cerca di impostare la partita con gli Stati Uniti tenendosi la Russia indebolita al fianco quale junior partner e cercando di accreditarsi, in teoria, come superpotenza di riferimento del cosiddetto Sud Globale (ma è un mondo troppo variegato perché questo disegno riesca).
Soprattutto, Pechino interviene dove Washington appare in difficoltà.
La relazione con l’Arabia Saudita è un dossier che Joe Biden non è riuscito a gestire — fra vincoli dovuti al caso Khashoggi e tentativi vani di spingere Riyad, quale pilastro dell’Opec-plus, ad aumentare la produzione di greggio.
La sicurezza energetica è parte dell’equazione. Se è ormai evidente che economia e sicurezza non possono più essere tenute separate, il confronto Usa-Cina accentua il problema.
E impone delle scelte: anzitutto al nostro paese, che si trova sul tavolo il problema del rinnovo dell’accordo del 2019 sulla Belt and Road Initiative cinese.
Un vero errore politico – conclude – che non sarà semplice gestire”.








