“Nelle ultime settimane da un lato il comportamento a dir poco timido degli organismi di governo di molti atenei di fronte alle agitazioni studentesche contro Israele, dall’altro certi toni di queste hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica sull’Università italiana”.
Lo scrive Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera: “Era ora – osserva l’editorialista – perché da troppo tempo l’istituzione universitaria è entrata in un cono d’ombra che ha tenuto in gran parte nascosta la sua crisi.
Che invece è vasta e profonda.
Una crisi che dipende in misura decisiva da un fattore soprattutto: la concessione di una estesa autonomia alle singole sedi universitarie.
La questione è assai delicata in quanto, in specie trattandosi di istituzioni culturali, è ovvia in molti di noi l’istintiva preferenza per la loro autonomia piuttosto che la dipendenza dal potere centrale.
E tuttavia a mio parere, qui come ad ogni livello dell’amministrazione di un bene pubblico, la soluzione migliore dovrebbe essere quella suggerita dalla risposta alla domanda-chiave: tra il potere centrale e un potere autonomo, quale dei due garantisce la maggiore tutela dell’interesse pubblico?
Se si dà a un gruppo di docenti il potere di decidere sostanzialmente a proprio piacere quali corsi di laurea un ateneo debba aprire, con quali insegnamenti, e per giunta quali nuovi docenti debbano essere assunti, togliendo di fatto ogni possibilità di controllo al potere centrale, quante possibilità esistono che il suddetto potere operi in funzione dell’interesse generale o invece degli interessi dei docenti in questione – volontà di favorire propri allievi, simpatie, amicizie, logiche di scambio ecc.?
In pratica nell’università italiana, in un grande numero di materie insegna chiunque la semplice maggioranza di un consiglio di dipartimento ha deciso che può farlo.
In nome per l’appunto dell’autonomia universitaria.
È lecito chiedersi in che senso tutto ciò rappresenti un vantaggio, e quale, per l’interesse generale del Paese?
Elemento peculiare ed esemplare dell’autonomia universitaria nostrana – conclude – è la trasformazione, avvenuta all’incirca negli ultimi due decenni, della figura del rettore: mutatosi in genere dal «primus inter pares» di un tempo non troppo lontano in un dominus autocratico”.
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