Provate a camminare anche voi, da fratelli e da sorelle, sulla strada delle donne comprate e vendute come schiave del sesso. Lo faccio da trent’anni” – scrive su ‘Avvenire’ don Aldo Buonaiuto – e ho capito che l’abominio della tratta di esseri umani prima di rivelarsi un business per le organizzazioni criminali è un habitus mentis. Cioè un modo di pensare il più debole, sulla scia di una avvelenata mentalità che è alla base di un processo del quale noi vediamo solo la triste punta dell’iceberg.
Non possiamo, infatti, dimenticare che il regime di schiavitù è stato per millenni ritenuto normale, quasi una necessità sociale. Nell’antichità greca e romana gli schiavi erano indispensabili per soddisfare tutti i bisogni quotidiani e di qualunque altro genere. I “padroni” li abbiamo avuti in Occidente fino al secolo scorso e avere “la serva o il servo” in alcune situazioni non è solo espressione di un linguaggio, ma è una sistematica modalità di concepire la sottomissione.
A dimostrazione che dietro la tratta di donne c’è soprattutto una mentalità deviata, posso portare la mia trentennale esperienza con la Comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi sulle strade della prostituzione. Nella drammatica crisi economica che stiamo attraversando ritorna la tentazione diabolica di considerare il corpo delle “donne crocifisse” come merce da tassare nello squallore materialistico di un consumismo immorale che non si ferma neppure davanti a vittime innocenti.
Papa Francesco ha condannato il mercimonio coatto come una «condotta schifosa» e un «crimine contro l’umanità». Nel lager in Libia e sui barconi alla deriva nel Mediterraneo ci sono anche le nostre figlie e sorelle, non vite a perdere sulle quali addirittura imporre tasse o bolle di consegna per le “madame” incaricate di smistarle sui marciapiedi delle nostre città.
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