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Domenico De Masi (Sociologo): «La Roma della grandezza deve guardare al futuro»

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Fra dieci o venti anni saranno almeno 600 le città con più di un milione di abitanti. Solo una quarantina, però, potranno essere considerate “città-mondo“, cioè dotate di un’influenza che trascende i confini nazionali. Roma sarà fra queste solo se, fin da oggi, Gualtieri porrà intenzionalmente le premesse per un esito così ambizioso.

Mussolini, che per tutto il Ventennio fu il vero sindaco della capitale, diceva che Roma ha i problemi della necessità e i problemi della grandezza. Quelli della necessità sono le buche e l’igiene, le discariche e i trasporti; quelli della grandezza consistono nel perseguire una visione e compiere una missione d’impatto mondiale. I due problemi – della necessità e della grandezza – vanno affrontati parallelamente. I primi, spalmati su tutto il territorio comunale, richiedono competenza; i secondi, addensati soprattutto nel centro storico, richiedono un’idea visionaria e lungimirante; entrambi – dal tombino al Giubileo – esigono un senso estetico eccezionale. Qualcosa del genere ha fatto La Pira per Firenze, Jaime Lerner per Curitiba, Malraux per Parigi.

 Quando, alla fine dell’Ottocento, Quintino Sella, stimolato da Theodor Mommsen, assegnò a Roma il ruolo di capitale mondiale della scienza, si era nel pieno sviluppo della società industriale, del tutto estranea al DNA di Roma. Oggi, invece, siamo in una società postindustriale centrata sulla produzione di servizi, informazioni, simboli, valori ed estetica. Insomma, una società che combacia perfettamente con la cultura e la struttura di Roma, città pronta a intercettare questa occasione. Infatti vi operano 22 atenei statali e privati con oltre 200.000 studenti provenienti da tutto il mondo; vi lavorano 100.000 addetti all’informazione e alla comunicazione, 70.000 alle attività professionali, scientifiche e tecniche, 20.000 alle attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento. Gli addetti ai servizi sono l’87% della popolazione attiva nel Comune e il 75% nella Città metropolitana.
 
Fin da subito, Gualtieri potrebbe fare due cose emblematiche.

1) Brunetta permettendo, la maggior parte delle mansioni burocratiche, a cominciare da quelle comunali, potrebbero essere svolte in smartworking a costo zero, liberando la città dal traffico, risparmiando sulla manutenzione stradale e riducendo l’inquinamento.

2) Poiché tutto il territorio comunale, comprese le periferie, è costellato di monumenti, l’Acea potrebbe illuminare tutte le 50 cupole del centro e tutte le 51 torri della periferia. Il risultato, con poca spesa e sicure sponsorizzazioni, sarebbe unico al mondo. Senza trascurare le attività produttive, Roma può puntare, per sua vocazione storica, sulla cultura e sul turismo colto, da affiancare al turismo di massa che è appannaggio del Vaticano. Nel 2018 i turisti venuti a Roma sono stati 27 milioni contro i 12 milioni arrivati a Milano.

Da solo, l’aeroporto di Fiumicino ha avuto 43 milioni di passeggeri contro i 34 di Malpensa e Linate messi insieme. Ma nel giro dei prossimi 20 anni tutti i beni e i servizi che ci occorrono saranno prodotti impiegando solo i tre quarti dell’energia umana usata attualmente. Ciò significa che il tempo libero sarà 12-15 volte più esteso del tempo dedicato al lavoro e che Roma potrà attrarre sempre più, da tutto il mondo, le persone colte alla ricerca di un luogo deputato alla gioia dei flaneur. Ciò richiede però una rete di splendidi caffè paragonabili a quelli di Vienna o di Parigi, mentre noi rischiamo di perdere persino il caffè Greco e quello della Pace.

Insomma, occorrono le idee perché i soldi ci sono: a differenza della Raggi che trovò 15 miliardi di debiti, Gualtieri trova un bilancio in pareggio e due tesoretti: il fondo del Giubileo e quello dedicato a Roma dal Recovery Plan.

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