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Dino Crivellari e Gianni Pittella: «Un’idea per salvare le banche locali? Aggregarle su base regionale»

Su Milano Finanza, il giurista Dino Crivellari e il senatore Gianni Pittella propongono una soluzione per salvare le banche locali, a rischio di sopravvivenza a causa delle ridotte dimensioni, ma di grande valore per il sistema economico italiano.

«In Europa le banche locali sono circa 5 mila e controllano il 18% del mercato bancario. In Italia, con la medesima quota di mercato, ne sono rimaste poco più di un centinaio, in gran parte eredi di quelle casse comunali che, nate tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, garantirono la diffusione dei servizi bancari nel Paese».

«Hanno un grande pregio e un grande difetto. Per la loro organicità al territorio in cui sono radicate hanno continuato a fornire ampio sostegno a famiglie e imprese anche nel decennio più nero dell’economia nazionale. Ma la loro ridotta dimensione le mette a rischio di sopravvivenza, nonostante la discreta patrimonializzazione, condizionate come sono dai crescenti oneri operativi e regolamentari».

«Questa tendenza, assieme al consolidamento degli istituti più grandi a seguito del quale vengono chiusi centinaia di sportelli bancari ogni anno, rischia di debancarizzare le aree periferiche dell’Italia. In un sistema economico banco-centrico come quello italiano, con una miriade di microimprese, la funzione delle banche locali è cruciale, soprattutto per la loro capacità di realizzare di fatto quel pubblico servizio che un tempo era la principale finalità delle banche».

«Piccole, socialmente responsabili, con un patrimonio informativo reale e accurato su ogni cliente, costituiscono oggi più che mai un valore da salvaguardare. Allora perché non dare loro una dimensione regionale»?

«L’idea sarebbe quella di realizzare banche private, risultato della aggregazione volontaria degli istituti di credito a valenza locale, con partecipazione minoritaria dell’ente Regione. Una banca di questo tipo supererebbe la criticità dimensionale, unico vero minus della banca locale, salvaguardando il presidio territoriale all’ interno di un progetto industriale organico di sviluppo strategico di quel territorio».

«Tali banche avrebbero una composizione sufficientemente frammentata per poter garantire la rappresentatività degli interessi di ciascuna componente, senza subire acriticamente il peso dell’ente politico partecipante; anzi proprio la presenza della regione assicurerebbe il superamento dei particolarismi, mitigherebbe i condizionamenti ambientali, e le farebbe fungere da cinghia di trasmissione della sua politica economica».

«Le eventuali esigenze di patrimonializzazione di queste banche potrebbero contare sulla maggiore fiducia dei risparmiatori residenti verso un istituto che sentirebbero loro più vicino, ma anche più rispettato e autorevole nella misura in cui sentimenti di rispetto e quindi di autorevolezza venissero nutriti verso l’ente di cui i cittadini regionali sono gli azionisti politici».

«Si sente il bisogno di tornare a contare sulla responsabilità sociale della banca, che sfugge sempre di più all’azione delle banche di grandi dimensioni obbligate. L’ipotesi qui avanzata favorirebbe un assetto del sistema bancario locale meno frammentato, meglio strutturato e più redditizio, capace di superare gli svantaggi della piccola dimensione, soprattutto nel realizzare economie di scala e di scopo, nonché politiche di costi più sostenibili, e sarebbe idonea a preservare i valori della cooperazione e della prossimità con il territorio, vero punto di forza granitico delle banche locali».

«Una banca regionale aggregante delle banche locali sotto la regia dell’ente regionale potrebbe così garantire la tutela degli interessi locali, finanziarne l’economia reale e diventare il fattore attivo del suo sviluppo».

«Le Regioni hanno bilanci importanti e risorse rilevanti. La partecipazione, seppur minoritaria, in una banca così aggregata, rappresenterebbe un ottimo investimento di quelle risorse, con ricadute sotto il profilo reputazionale, di consenso sociale e di sostegno all’economia del territorio, di molto maggiori e meno dispersive rispetto a tante decisioni di finanza pubblica ordinariamente assunte».

«Non poche verifiche di natura regolamentare, anche di diritto comunitario, andrebbero approfondite prima di avviare questo progetto. Ma il momento appare propizio: molti tabù sembrano vacillare di fronte alla necessità di affrontare risolutivamente e con strade nuove i problemi posti dalla pandemia».

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