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Sergio De Nardis (economista): «Se la crescita si fa col debito»

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Con il governo Draghi l’aumento del debito pubblico sarà uno strumento necessario per sostenere il rilancio della crescita italiana. Lo spiega l’economista, Sergio De Nardis. «Sono lontani i tempi in cui si diceva che la crescita non si fa col debito» prosegue. «Ciò è stato ribadito in più passaggi dell’esperienza dell’odierno governo. Il primo è stato la conferma del pieno ricorso al bacino di prestiti RRF disponibili per l’Italia (122,6 miliardi entro il 2026) che, al contrario delle sovvenzioni, fanno lievitare il debito».

«Il secondo è la creazione del Fondo complementare (30,6 miliardi da spendere entro 2030), integrazione italiana del Pnrr che va a potenziare e prolungare (oltre la scadenza del 2026) i finanziamenti a debito di interventi a esso collegati. L’ultimo è la manovra espansiva in deficit decisa per il 2022 (23 miliardi) e 2023 (altri 6,5 miliardi) che va ad aggiungersi allo stimolo delle spese Pnrr, frenando il calo del debito/Pil che altrimenti si verificherebbe. Di manovre restrittive se ne parlerà fra 3 anni, solo dopo che sarà stato colmato il vuoto di domanda creato dal Covid. E le farà qualcun altro», scrive De Nardis su InPiù.net.

«Può sorprendere che il governo più keynesiano che l’Italia abbia avuto in tanti anni sia quello guidato da un ex presidente della Bce che è sì artefice del “whatever it takes”, ma è anche colui che nell’estate 2011 firmò con Trichet la lettera al governo Berlusconi ingiungendo l’anticipo pro-ciclico del consolidamento di bilancio: proprio quanto il governo di oggi ha deciso di non fare. Se le circostanze mutano, è giusto cambiare idea e il pragmatismo in tal senso aiuta» prosegue. «E, pur ritenendo che la richiesta del 2011 era errata anche nelle circostanze di allora, è indubbio che molte cose si sono modificate negli ultimi 10 anni, dall’approccio della Bce (grazie allo stesso Draghi) a quello dell’Ue (sulla spinta del Covid)».

«Ma il punto di vera svolta, a cui concorrono questi cambiamenti, è rappresentato dall’apertura finalmente anche per l’Italia di una prospettiva di tassi di interesse inferiori al tasso di crescita, che colloca il debito/Pil su un sentiero discendente, pur in presenza di disavanzi primari. Si tratta di una previsione circondata da incertezze, sia nazionali che globali, sia esogene che endogene. Ma» conclude, «è questa l’effettiva condizione abilitante che consente a Draghi-Franco di poggiare il programma di rilancio della crescita anche su politiche che una volta si definivano di deficit spending». 

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