Il ‘modello Genova’ non è qualificato solo dalla velocità della risposta. Lo sostiene il vice direttore di Repubblica Dario Cresto-Dina, che scrive: “La ricostruzione del Morandi non è stata un miracolo. È certamente un metodo, ma da non riportare unicamente al ‘fare presto’ che ha agevolato le procedure degli appalti e sveltito i controlli e che adesso si vorrebbe assurgere a regola generale. È il metodo, che oggi si paragona a quello giapponese, che appartiene a un’altra Italia che pure è esistita, fatto di solidarietà manifestata attraverso il lavoro. Semplice. E lo testimoniano nella loro semplicità pochi numeri. Un chilometro e 67 metri di campata, diciotto pilastri alti fino a 45 metri che sorreggono l’opera, 19 impalcati e 67 mila metri cubi di calcestruzzo; 420 giorni dal posizionamento del primo palo alla consegna del viadotto al commissario, oltre 10 mila e cento ore di lavoro, tutti i giorni, escluso il solo giorno festivo di Natale e i blocchi dovuti alle condizioni meteorologiche proibitive; 330 aziende, soprattutto piccole e medie, coinvolte da tutta Italia, solo tre quelle straniere. Una “statua” alla speranza che troneggia su Genova, dove i cantieri della “Gronda”, opera da cinque miliardi, sono ancora da aprire, il terzo valico ferroviario è appena al 40 per cento, la diga foranea del mare pensata per far manovrare in sicurezza le grandi navi portacontainer e da crociera è un miraggio nella nebbia: ha bisogno di un miliardo di euro, finora i finanziamenti sono al traguardo zero, se si escludono i sette milioni spesi per la progettazione.
Nei primi sei mesi di quest’anno il porto ha perso oltre il 30 per cento dei suoi movimenti, la Compagnia Unica trentamila giornate di occupazione. Le crociere sono in rada almeno fino a settembre, il blocco autostradale e il Covid hanno cancellato il 45 per cento degli introiti turistici e la ripartenza non è all’orizzonte”.
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