Il sistema fieristico italiano rischia il collasso con la perdita di 120 mila posti di lavoro e gruppi esteri pronti a comprare a prezzo di saldo quello che resta. A lanciare l’allarme à il nuovo presidente di Aefi, Maurizio Danese, che lunedì incontrerà il governo e chiederà una data certa per il ritorno delle manifestazioni fieristiche e un fondo da almeno 600-700 milioni per far ripartire il sistema.
“È una cifra necessaria – dice all’Adnkronos – per non far capitolare un comparto che ha notevoli ricadute a livello di indotto, ma che aiuta anche la presenza delle nostre imprese sui mercati esteri”. Danese invita a guardare i numeri: il settore ha un giro d’affari di 60 mld annuo coinvolgendo 20 mln di operatori. “Il lockdown – spiega – ha messo in ginocchio un comparto che ancora non ha riaperto. Siamo di fatto chiusi da marzo. È necessario che il governo indichi una data certa per la nostra ripartenza, perché altrimenti non si può programmare o dare sicurezza a chi dal nostro paese e dall’estero vuole venire alle fiere”.
Ma non solo. Si paventa il rischio che per non scomparire intere esposizioni made in Italy si possano tenere all’estero dove numerose Fiere sarebbero pronte a fare ponti d’oro, forti dei contributi massicci che le istituzioni locali stanno iniettando per mantenere posizioni di forza a prescindere dall’emergenza Covid-19. “La camera di commercio di Parigi – dice Danese – ha messo sul piatto 500 mln per la sola Fiera di Parigi, a Francoforte sono stati versati altri 500 milioni, Dusseldorf ne avrà oltre 600 spalmati su dieci anni’”. Numeri che stridono con quanto stabilito dal ministero dello Sviluppo economico per la promozione delle fiere all’interno del piano straordinario del made in Italy nel biennio 2016-2017: 76 mln. Nel 2018 i milioni sono stati 33,5.
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