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Con i conti a posto ora dobbiamo investire sui giovani | L’analisi di Elsa Fornero

In Italia e Spagna sono state recentemente elogiate dal Financial Times per i risultati ottenuti in materia di finanza pubblica.

Il famigerato spread – il maggior costo per i paesi europei rispetto alla Germania, per finanziare il proprio debito pubblico di lungo periodo – è infatti sceso a 0,6 punti percentuali per l’Italia e a 0,5 per la Spagna, cancellando così per entrambi gli effetti nefasti della crisi del 2008.

Questo significa che sono considerati dai mercati finanziari soltanto marginalmente più rischiosi della Germania, simbolo europeo della sicurezza del debito sovrano.

Anche Portogallo e Grecia si sono mossi nella stessa direzione, più favorevole alla crescita.

Questo significa che le economie possono uscire da traiettorie insoddisfacenti e che la loro classifica può migliorare nel tempo grazie a politiche e comportamenti appropriati.

I Piigs (“maiali”), come erano sprezzantemente indicati i paesi mediterranei (più l’Irlanda), possono trasformarsi in cigni bianchi e spiccare il volo, come è accaduto in Irlanda e Portogallo e come accade ora in Spagna e in Grecia ma non ancora in Italia.

E il tanto criticato “modello mediterraneo” – considerato meno “virtuoso” di quelli “nordico” e “continentale” (franco-tedesco più Benelux) per la sua alta ma poco efficiente spesa sociale, bassa crescita, debole capacità fiscale e alto debito pubblico – sembra rivalersi sugli altri modelli caratterizzati da alta ed efficiente spesa sociale, buona crescita, elevata capacità fiscale.

Le “periferie” dell’Europa si sono avvicinate al Centro e l’hanno persino superato in certi ambiti.

Gli elementi che determinano questi cambiamenti strutturali nel posizionamento economico dei Paesi sono ovviamente molti e non è facile separare l’effetto degli uni da quelli degli altri.

Per esempio, quanto importante è stato il progresso nell’istruzione (con l’aumento del numero di laureati in Paesi prima relativamente sguarniti) o la spesa in ricerca, in digitalizzazione dei processi produttivi o, ancora, l’efficientamento della burocrazia o dell’apparato giudiziario.

Quello che qui interessa, però, è riflettere sulla posizione relativa del nostro Paese, così sintetizzabile: buono lo spread e sotto controllo gli squilibri di finanza pubblica; relativamente male la crescita (nonostante i recenti segnali positivi di una discreta ripresa della produzione industriale).

Bene quindi la politica fiscale austera o prudente che dir si voglia; insufficienti le politiche per la crescita.

Ed è questo il punto.

La nostra stabilità finanziaria, il fatto di essere considerati “buoni debitori” (ora persino più sicuri della Francia!) non è indipendente dalle politiche sbrigativamente liquidate e persino dileggiate come austerità.

Non si tratta, infatti, soltanto di conti in ordine.

Si tratta di creare e mantenere le premesse perché la crescita possa manifestarsi ed essere sostenibile, anche per rispettare i sacrifici che lavoratori e pensionati hanno fatto negli anni passati.

L’aver acquisito credibilità finanziaria offre perciò l’occasione per un piano di lungo termine specificamente destinato a sostenere la crescita, piuttosto che a perpetuare il “galleggiamento”.

Questo piano dovrà essere imperniato sul “fattore demografico”, elemento strutturale che condiziona, in senso negativo, la traiettoria dell’Italia che occorrerà “controbilanciare” con politiche lungimiranti per non perdere posizioni.

Per (più che) compensare gli effetti dell’invecchiamento, le politiche dovranno riuscire ad aumentare nei prossimi decenni il tasso di occupazione, attingendo alle riserve dei giovani inattivi e delle donne tenute fuori dal lavoro dalla mancanza di servizi di cura, e a migliorare la produttività del lavoro.

Maggiore occupazione e produttività crescente richiedono però adeguati investimenti in capitale umano, capitale fisico e tecnologia, come ha ricordato una volta di più il governatore Panetta un paio di giorni fa.

Con l’aumento della produttività si apriranno spazi sostenibili per aumentare le retribuzioni (e stabilire un salario minimo aiuterà) e si darà maggiore sostenibilità anche al sistema previdenziale, senza bisogno che la politica si esprima nuovamente in generosità illusorie.

Si sostiene spesso che le politiche italiane mancano di strategia per ripiegare su interventi frammentari secondo un approccio di emergenza permanente.

Come scrisse Luigi Einaudi: “Con i rattoppi non si fanno buone politiche.”

Oggi, con l’instabilità geopolitica dominante, ci sono elementi per passare dai rattoppi a interventi coordinati.

Mi permetto qui di tornare su una proposta già avanzata: l’elaborazione di un Piano per le Nuove Generazioni (Png) che dovrebbe essere strutturato come il Pnrr, a cui dovrebbe sostituirsi nei prossimi anni, sia pure con risorse molto minori perché interamente nazionali o quasi (l’Italia è ancora ricca di risparmio inattivo e di redditi trattati in modo indebitamente vantaggioso rispetto ad altri).

Un piano che ha al centro i giovani è intrinsecamente un piano per il futuro del Paese e non per le prossime elezioni, e dovrebbe quindi avere natura di progetto bipartisan in grado di guardare all’intero ciclo di vita: cioè al percorso educativo, che dovrà essere portato a un livello più alto; a quello lavorativo, meno instabile e meglio remunerato, con la possibilità concreta di formare una famiglia indipendente, e di avere una casa propria; a quello del pensionamento, al quale solo la bontà dei primi due percorsi offrirà una buona sicurezza economica.

Il clima politico di forte contrapposizione non è certo il migliore viatico per questo piano.

Per questo è importante che ci sia una spinta dal basso, dai cittadini.

Non devono essere soltanto le istituzioni internazionali o le minacce di crisi finanziarie a sollecitare investimenti e riforme per un futuro migliore!

C’è un elemento nuovo che può aiutare ed è la maggiore consapevolezza che i cittadini oggi hanno della natura strutturale dei problemi e il loro crescente scetticismo nei confronti della “politica dei rattoppi”.

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