I nuovi criteri statistici emessi dall’Ue ai quali da questo mese l’Istat si attiene per elaborare i dati periodici sul mercato del lavoro spezzano l’illusione statistica che il divieto dei licenziamenti abbia salvato l’occupazione. Ne è convinto l’economista Claudio Negro che nella newsletter Mercato del Lavoro News n. 95 della Fondazione Kuliscioff spiega come le nuove regole “prevedono che venga considerato non occupato (prevalentemente classificato come ‘inattivo’) il dipendente che sia in una qualche forma di sospensione temporanea del lavoro (cassa integrazione o equivalenti) da oltre tre mesi, e l’autonomo che non abbia svolto attività per il medesimo periodo”.
“Come ben sottolineato dai quotidiani e da molti commentatori l’effetto più clamoroso di questa novità è l’impressionante aumento della categoria dei ‘non occupati’, e quindi per il comune sentire della disoccupazione. In effetti il dato del 6 aprile, riferito al mese di febbraio mostra 945.000 occupati in meno rispetto a febbraio 2020 (ultimo mese prima della pandemia), mentre con vecchi criteri l’ultimo dato (gennaio su febbraio 2020) eravamo poco sopra i 420.000”, sottolinea Negro.
“Il recente dato di meno 945.000 coincide quasi con la stima che abbiamo fatto nelle nostra ultime pubblicazioni di circa 1 milione di posti di lavoro perduti, che si manifesteranno quando verrà meno il divieto di licenziamenti individuali economici. La novità è stata male accolta dai sindacati, ma purtroppo non fa altro che dimostrare quanto il divieto di licenziamento fortemente richiesto (e ottenuto) non fosse che un’illusione statistica, nella migliore delle ipotesi finalizzata a moderare il panico”, spiega
Un altro dato che fa giustizia di un’illusione generata dalla statistica, dice Negro, “è quello relativo all’aumento, quanto meno percentuale, dei contratti a tempo indeterminato, che non sono mai stati reali (anche se a qualcuno piaceva attribuirli all’effetto del decreto Dignità) ma determinati dal divieto di licenziamento: rispetto agli oltre 100.000 dipendenti ”stabili” in più segnalati negli ultimi 12 mesi del 2020 vediamo che in realtà si tratta di 218.000 in meno”.
“Per ovvie ragioni l’unico dato che resta stabile è quello relativo alla diminuzione degli occupati a termine (circa 370.000) poiché il contratto a termine ha vita definita, e pertanto non ha ‘scudo’ contro la cessazione. Naturalmente tutto ciò obbliga a riconsiderare in negativo tutta una serie di indicatori rispetto alle rilevazioni di fine anno: il tasso di occupazione scende dal 58% al 56,5%, e l’incidenza delle donne sul numero totale dei non occupati scende significativamente; si tratta naturalmente di un puro effetto statistico, poiché l’ingresso nella categoria dei non occupati di oltre mezzo milione di uomini finora protetti dallo scudo antilicenziamenti modifica ovviamente le proporzioni”, aggiunge.
“Tuttavia la cosa pare non piacere ai sindacati i quali lamentano che in questo modo risulta alleggerita nell’immagine pubblica la questione dell’occupazione femminile”, conclude
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