Claudio Jommi, docente della Sda Bocconi e Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Farmaci Cergas, riflette sul successo, nella produzione dei vaccini, di piccole imprese specializzate.
«La risposta alla pandemia è stata certamente eccezionale — afferma — mai abbiamo avuto così tanti vaccini, ed efficaci, in così poco tempo. Ma è anche vero che molti grandi gruppi erano e sono fortemente impegnati in altre aree di sviluppo, come l’oncologia e le malattie del sistema nervoso centrale, che rappresentano, rispettivamente, il 37% ed il 12% dell’attuale spesa in sviluppo clinico di farmaci».
«La quota di mercato dei vaccini, rispetto ai farmaci, è sempre stata modesta e ciò spiega in parte anche il successo di piccole imprese specializzate. I Paesi europei stanno poi perdendo competitività, nello scenario globale, per l’effetto di una eccessiva frammentazione nell’accesso al mercato farmaceutico, nonostante un ente regolatore unico, e un rapporto tra istituzioni, ricerca e imprese sicuramente meno stretto e fecondo di quello del mondo anglosassone».
«La catena del valore aggiunto della farmaceutica ha tre punti di forza. Il primo è quello della ricerca e della brevettazione di nuovi prodotti; il secondo è lo sviluppo clinico; il terzo è la produzione. Queste ultime due fasi sono state in parte decentrate, non solo per ragioni di costi, in altri Paesi».
«Cina ed India rappresentano un target importante per la localizzazione degli studi clinici, vista la dimensione della popolazione e le possibilità di reclutamento rapido; e gli stessi due Paesi hanno acquisito una posizione di leadership nella produzione, rispettivamente, di principi attivi e generici, con potenziali effetti a valle di carenze nei mercati di sbocco. Tutto questo deve far pensare al ruolo strategico di questo settore e, più in generale, del sistema ‘salute’ nelle politiche pubbliche».








