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Marcello Clarich (ordinario Diritto Amministrativo Sapienza Università di Roma): «La disciplina della concorrenza non sia ostacolo agli investimenti»

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Per i sacerdoti del mercato la concorrenza è un idolo assoluto che non guarda in faccia nessuno: imprese grandi e piccole, professionisti, tassisti, ecc., ma anche lo Stato. E ciò accadeva soprattutto negli anni ruggenti delle liberalizzazioni e della globalizzazione alla fine del secolo scorso.

A una visione meno ideologica sembra ispirarsi ora la Comunicazione della Commissione Europea “Competition policy fit for new challenges” del 18 novembre scorso (Com (2021) 713 final). Di essa ha fatto notizia soprattutto la proroga al 30 giugno 2022, delle deroghe alla disciplina degli aiuti di Stato concessi dopo lo scoppio della pandemia da Covid-19 che ha messo in ginocchio interi settori economici. Questa sesta proroga è però funzionale, secondo la Commissione, a due obiettivi: il progressivo ritorno al regime ordinario giustificato dalla fase di ripresa economica in atto, che sarebbe ostacolata da un taglio improvviso delle misure di sostegno; la messa in opera di nuovi strumenti per favorire la transizione verde e digitale.

Questo secondo versante giustifica un ripensamento della politica della concorrenza per allinearla agli obiettivi a lungo termine indicati nel Green New Deal e nel Programma Next Generation Eu. I fondi allocati agli Stati in base ai Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza dovranno essere destinati infatti per il 37% alla transizione verde e per il 20% alla transizione digitale. La politica della concorrenza non dovrà dunque costituire un ostacolo agli investimenti pubblici e privati in queste due direzioni, oltre che in quella di accrescere la resilienza degli Stati membri, colti impreparati dalla pandemia, in vista di nuove emergenze.

Secondo la Commissione, mantenere aperti e competitivi i mercati e assicurare la parità concorrenziale (level playing field) più aiutare a conseguire “le priorità più ampie come stabilite dalle politiche regolatorie”. In qualche modo la politica della concorrenza deve adattarsi ed essere funzionale agli obiettivi sfidanti posti dai responsabili delle politiche pubbliche in questa fase di cambiamento epocale. Lo scopo della politica di concorrenza è dunque di “prevenire e porre rimedio alle distorsioni del mercato attraverso interventi pubblici efficaci”, cioè con soldi pubblici ben spesi.

Ma che cosa significa in pratica questa nuova prospettiva? Le indicazioni della Commissione sono numerose. Sul fronte della transizione verde, per esempio, la Commissione emanerà nel 2022 linee guida per gli aiuti ai settori del clima, della protezione dell’ambiente e dell’energia così da dare un supporto all’impegno delle imprese a favore della decarbonizzazione, dell’economia circolare e della biodiversità. Ciò in linea con l’esperienza positiva delle regole che hanno imposto procedure competitive per allocare i contributi ai grandi impianti di produzione di energie rinnovabili e che in alcuni casi hanno dimezzato gli importi dei sussidi pubblici erogati.

Un altro strumento da utilizzare per lo sviluppo di tecnologie di idrogeno pulito è costituito dai cosiddetti “importanti progetti di comune interesse europeo” (Ipcei) previsti da una Comunicazione della Commissione Europea del 2014 (n. 188/02). Si tratta di progetti attuati in collaborazione tra le industrie allo scopo di promuovere investimenti nelle catene di valore strategico. Per il progetto relativo alla “European Battery Alliance” la Commissione ha avallato gli aiuti concessi da dodici Stati membri per i 6 miliardi di euro (in aggiunta a 14 miliardi di euro di risorse private) destinati a ricerche e investimenti da parte di oltre quaranta imprese nel settore delle batterie di nuova generazione, innovative ed ecosostenibili.

Sul fronte della transizione digitale, la Commissione vede di buon occhio, per esempio, la cooperazione tra operatori privati sotto forma di network sharing, al fine di realizzare in modo efficiente le infrastrutture necessarie. Nel contempo la Commissione deve vigilare sui giganti del digitale, che discriminano i concorrenti nell’accesso ai dati o pongono in essere altri tipi di pratiche anticompetitive, come quelle poste in essere da Google nel 2014 e nel 2018 e sanzionate per 6,76 miliardi di euro.

Per accrescere la resilienza degli Stati membri in previsione di future emergenze, la Commissione incoraggerà le imprese a unire le forze per promuovere la ricerca, produrre e commercializzare quanto necessario per ridurre la dipendenza estera e i colli di bottiglia in settori cruciali dei microprocessori e dei materiali semiconduttori, indispensabili, non solo per l’industria automobilistica, ma anche per quella medicale. In definitiva, i poteri della Commissione in materia antitrust e di aiuti di Stato verranno esercitati sempre più tenendo presente il contesto delle politiche regolatorie degli Stati, senza paraocchi e ideologismi.

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