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Che cosa resterà ai russi dell’Ucraina? | L’intervento di Stefano Mannoni, professore alla facoltà di Giurisprudenza di Firenze

Una salutare doccia fredda.

Questo è l’effetto che provoca la lettura del libro appena pubblicato da Giampiero Massolo, diplomatico di alto rango, e Francesco Bechis, brillante giornalista.

Il titolo?

Realpolitik.

Il disordine mondiale e le minacce per l’Italia, editore Solferino.

E il paradigma realista è proprio quello che – diciamo subito: correttamente – ispira questa ampia veduta sui numerosi focolai di conflitto che, ahimè, costellano il nostro pianeta.

A cominciare dalla guerra in Ucraina, rispetto alla quale gli autori prendono una posizione singolarmente onesta.

Ossia: bisognerà rassegnarsi alla perdita del 20% del territorio ucraino una volta che si aprirà l’inevitabile tavolo di trattativa con i russi.

Archiviato è pertanto l’approccio massimalista, del tutto irrealista, dei Paesi baltici e della Polonia, secondo le quali non è negoziabile la cessione ai russi di territorio ucraino.

Semmai convince meno la ricetta per il dopo lumeggiata nel libro.

Che consiste nell’armare fino ai denti l’Ucraina per scoraggiare ulteriori aggressioni russe.

Mi sento di dire al riguardo: facciamo attenzione a non alimentare il revanscismo ucraino.

Un Paese umiliato dalla perdita di parti consistenti del suo territorio potrebbe attendere un momento di debolezza della Russia per pareggiare i conti.

È quello che è accaduta nel 1756, quando l’Austria ha contribuito allo scoppio della Guerra dei Sette Anni per recuperare la Slesia, strappatagli qualche anno prima da Federico il Grande di Prussia.

Ed è uno scenario che si è ripetuto nel 1914 quando la stizza della Francia per la perdita dell’Alsazia-Lorena ha concorso allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Meglio allora una neutralizzazione permanente dell’Ucraina, compensata dall’ingresso nell’Unione Europea.

Condivisibile è invece l’approccio alla questione palestinese che non è appiattito sul sostegno incondizionato a Israele.

La politica degli insediamenti in Cisgiordania viene giustamente castigata così come è data voce all’esigenza di recuperare lo sforzo per creare uno Stato palestinese.

Circa l’Iran esprimiamo un rispettoso dissenso: evitiamo demonizzazioni: la politica di Obama, non era appeasement, ma un intelligente percorso per depotenziare per via diplomatica la minaccia iraniana.

Quella di Massolo e Bechis non è una posizione isolata.

Se prendiamo per esempio il libro della star della Cnn Jim Sciutto, The Return of Greta Powers.

Russia, China and the Next World War (Editore Dutton) constatiamo come anche qui il paradigma realista regni sovrano.

Addirittura esasperato dall’ossessivo ricorrere di una citazione minacciosa: I cannoni di agosto di Barbara Tuchman, un libro popolarissimo da mezzo secolo nell’establishment americano che racconta la detonazione della Grande Guerra nel 1914.

E la storia in effetti gioca una parte importante nel libro che, rispetto a quello di Massolo, è decisamente più pessimista.

L’Estonia?

Vive l’incubo del 1939 quando fu inghiottita da Stalin, sulle cui orme si sta muovendo senza vergogna Vladimir Putin, secondo il libro.

Taiwan?

Prima o poi l’attacco cinese sarà inevitabile.

E su tutto questo aleggia l’incubo di un ritorno di Donald Trump alla presidenza, l’amico dei dittatori e il detrattore della Nato.

Convince?

Parzialmente.

L’autore prende tremendamente sul serio gli scenari delineati dai suoi interlocutori, che siano il capo della Cia o il segretario generale della Nato, e non compie un grande sforzo per capire il punto di vista del nemico.

Peccato perché il libro è ben scritto e documentato e, preso con le molle, fornisce alcune chiavi di lettura interessanti, ma senza la finesse dell’ambasciatore Giampiero Massolo.

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