Carlo Pedersoli nel suo studio ha vissuto da protagonista molte delle operazioni che hanno dato forma al sistema bancario italiano: dalla fusione di Banca Intesa con il Sanpaolo di Torino, fino all’offerta pubblica su Ubi Banca. L’avvocato è stato intervistato da Milano Finanza ed è partito proprio dall’ultimo deal, avvenuto durante la pandemia, e dall’effetto Covid sul mercato bancario.
«Per le banche vedo due problemi molto seri all’orizzonte: il deterioramento del portafoglio crediti e le criticità legate al finanziamento di imprese che sempre più saranno in difficoltà. Queste criticità sono principalmente l’effetto del calo verticale dei consumi e della conseguente caduta della produzione. Solo un forte sostegno alla ripartenza dell’economia potrebbe scongiurare un pericoloso avvitamento ma da parte dello Stato dovrebbe essere fatto di più e questo mi preoccupa».
Secondo Pedersoli l’unica strada per la sopravvivenza delle banche, ma anche delle aziende, sta nel consolidamento. «La piccola banca non è in grado di fronteggiare le crisi attuali, soprattutto quelle che investono l’economia di base. Inoltre non ha le risorse per accompagnare le aziende in un improcrastinabile percorso di crescita e di consolidamento. Come le banche infatti anche le imprese dovranno fare un salto dimensionale e avranno bisogno del sostegno di intermediari dalle spalle larghe. Il consolidamento da solo però non basta». Serve abbandonare i paradigmi del passato e guardare al futuro. Così come deve cambiare l’approccio di banche e aziende al domani, è cambiato anche l’approccio nelle trattative per le fusioni bancarie in questi anni: «fino al 2006-2007 dominava un approccio negoziato e inclusivo di molteplici interessi. Oggi, piaccia o non piaccia, un approccio del genere non sarebbe più molto realistico».
L’approccio di oggi ha portato a una novità notevole: la fusione Intesa-Ubi è stata la prima offerta pubblica non concordata nel sistema bancario italiano dopo decenni. «Intesa Sanpaolo non ha voluto perdere tempo. Le operazioni negoziate possono assorbire molto tempo per assecondare i molteplici interessi portati al tavolo negoziale, e oggi la situazione non consente di restare impantanati in trattative defatiganti. Con Ubi invece si è concluso tutto in sei mesi, con successo, mantenendo intatta l’impostazione iniziale. La velocità del processo è stata per noi un notevole elemento di soddisfazione. Con questo non voglio dire che le offerte pubbliche siano la panacea di tutti i mali, ma certamente rispondono alle esigenze del mercato».
Pedersoli, prima di Ubi, ha lavorato al salvataggio delle banche venete sempre da parte di Intesa, e ritiene che un’operazione di quel tipo sarebbe possibile anche per Mps. Anzi, il deal sarebbe fattibile con un vantaggio ulteriore rispetto all’operazione con le banche venete. Mps gode di una visibilità nettamente maggiore di Mps, il problema sta nella mancanza di volontà politica.
L’avvocato Pedersoli si riferisce allo Stato e alla paventata possibilità di un ritorno dello Stato banchiere. «Lo Stato non deve essere azionista delle banche, ma deve esercitare una pura funzione di controllo a tutela del mercato. Credo che sia molto utile il golden power: prima di consentire agli stranieri di entrare in Italia bisognerebbe favorire la formazione di campioni nazionali e con vocazione internazionale. Occorrerebbe aumentare il presidio per prevenire le crisi e i frequenti episodi di mala gestio a cui abbiamo assistito in questi anni. Lo Stato deve solo sostenere l’economia, così anche il sistema bancario lavora al meglio».
La conclusione è dedicata alle operazioni che l’avvocato ricorda come le più straordinarie e cioè le ultime due realizzate. «Ubi per il contesto: si è trattato di un’offerta di scambio non concordata nel mezzo di una pandemia. Averla fatta nei tempi previsti, con successo e senza incidenti di percorso, è stato un motivo di orgoglio. Il salvataggio delle banche venete d’altra parte ci ha dato soddisfazione perché si è trattato di un’operazione complicatissima fatta in pochi giorni e, ripeto, al buio. Nessun deal del passato ha raggiunto il livello di criticità di questi due. Anche perché, come le dicevo, buona parte delle aggregazioni erano amichevoli, a partire da quella tra Intesa e il Sanpaolo, seppur progettata nel 2006 in poche settimane».
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