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Basta con la stretta sulla stampa | L’analisi di Giancarlo Caselli

Giancarlo Caselli sulla Stampa muove critiche nei confronti della ‘stretta che colpisce la stampa‘: “Il problema dei problemi del nostro ordinamento giudiziario – scrive l’ex magistrato – è la durata interminabile dei processi, una vergogna che trasforma in denegata giustizia il diritto dei cittadini – tutti – ad una giustizia giusta.

In un Paese preoccupato della qualità della sua democrazia il governo si impegnerebbe al massimo per avviare a soluzione questo problema di civiltà, dedicandovi tutto il tempo e l’impegno necessari.

Invece nulla di tutto questo, mentre basterebbe una frazione millesimale della determinazione (ossessione) riservata a perseguire l’obiettivo che sembra stare più a cuore dell’attuale maggioranza: vietare la pubblicazione integrale o per estratto del testo del provvedimento con cui si dispone la custodia cautelare finché non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare.

Ancora ieri il Consiglio dei ministri ha aggiunto un ulteriore tassello a questo disegno.

Scopo proclamato?

Rafforzare la presunzione di innocenza della persona indagata o imputata in un procedimento penale, nel solco – si dice – di una direttiva europea.

In realtà – sottolinea Caselli – è di elementare evidenza che il vero obiettivo è quello di produrre un vulnus al diritto dei cittadini di essere informati, per cui giustamente la legge viene definita come «legge bavaglio».

Ed è pienamente giustificato il timore che in caso di arresto di chi può e conta sarà più facile per gli organi di informazione a ciò interessati fornire un resoconto edulcorato dei fatti lontano dalla verità.

Una «committenza forte», che contiene anche una forte richiesta di «aiuto» nei rapporti con l’informazione.

I bavagli vanno indubbiamente in questa direzione.

Tanto più in un quadro generale in cui i Pm non parlano o possono parlare solo in casi eccezionali indossando una specie di camicia di forza, tanto da fare temere che prima o poi giornali, radio e tv dovranno o chiudere i servizi di cronaca o trovare altre fonti, facendo suonare campane anche non trasparenti o interessate.

Con piena soddisfazione – conclude – di quei privilegiati che possono contare su una ventina di minuti del servizio pubblico tv per esporre le proprie ragioni”.

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